Se fossi Zingaretti

Il PD andrebbe trasformato in una Rete con una piattaforma digitale centralizzata e una capacità di acquisire, interagendo nei social, concezioni, sentimenti, emozioni, percezioni, suggestioni, domande più o meno strutturate che si formano nella società, da restituire con un’offerta politica assortita, diversificata, diffusa, aderente ai bisogni emotivi della gente

Letto 524
Se fossi Zingaretti

Il problema principale che il PD deve risolvere per dotarsi di una forma organizzativa adeguata alla contemporaneità è come utilizzare pienamente i dati di quel milione e 600mila italiani che hanno partecipato alle ultime primarie. Un problema che si trascina dalla fondazione del partito: come trasformare questa gigantesca potenzialità in capacità organizzativa di mettersi in relazione con un numero molto elevato di elettori.

Il PD deve risolvere questo problema perché altrimenti gli verrebbe a mancare uno strumento essenziale per cogliere concezioni, sentimenti ed emozioni che si formano nella società e che poi si esprimono politicamente secondo le circostanze e il posizionamento dell’offerta politica.

Come ha scritto Antonio Preiti, siamo oggi in presenza di un capovolgimento della relazione tra politica e società. Continuiamo a pensare che sia la politica a determinare l’opinione della gente. E invece non è più così. È la domanda a comandare. L’offerta si posiziona e risponde, con le sue proposte, ad un sentire comune già in essere.

Fino a quando resteranno in vita le forme attuali di controllo del partito – dalla dimensione nazionale a quella dell’ultimo circolo -, questo problema sarà irrisolvibile perché tali forme non potrebbero sopravvivere alla ventata di novità che una “macchina” che strutturi le relazioni interne ed esterne su basi così ampie (milioni di elettori più attivi) farebbe emergere.

Un nuovo “Patto”

Ci vuole, dunque un “Patto” tra le correnti: rinunciare tutti al controllo del partito mediante la gestione delle tessere e dei voti a livello locale e centralizzare in una piattaforma digitale il rapporto con gli iscritti e gli elettori. Naturalmente il tutto dovrà funzionare mediante una regolamentazione democratica e forme di garanzia che permettano ai cittadini (iscritti ed elettori) di esercitare diritti e doveri.

A quel punto non ci sarebbe più il Partito inteso in senso tradizionale, ma una Rete, che potrebbe assumere la denominazione di ReteDem.

Cosa sarà ReteDem?

ReteDem avrà una Leadership (un portavoce e un nucleo centrale di dirigenti) e un Programma.

In ReteDem si formeranno, nell’interazione continua con la Leadership, reti regionali e locali, gruppi, associazioni, circoli, comitati per interessi, temi e punti di vista. Ma i temi, gli interessi e i punti di vista non saranno più precostituiti dall’alto in modo freddo e astratto. A farli emergere saranno le interazioni nei social, le emozioni e i sentimenti che nella rete affiorano, in una combinazione virtuosa tra comunicazione attraverso i media (TV e giornali) e comunicazione attraverso i social (che non sono media ma luoghi “abitati” dalle persone).

Sta in questo “oceano” il “centro” sociale e culturale da conquistare e rappresentare in una visione politica. Un “centro” che non è quello geometrico tra la destra e la sinistra come siamo portati a pensare guardando alla società del Novecento. Quel vecchio “centro” geometrico non esiste più perché le persone non si dividono in base a schemi ideologici ma con ben altre logiche da scoprire e analizzare.

Anche l’ambientalismo non si aggrega più solo in base a idealità ecologiste, ma in base a interessi economici molto corposi orientati a cogliere opportunità di profitto che i cambiamenti climatici inducono.

Anche il tema delle migrazioni non ha più come polo aggregante solo il multiculturalismo, ma altre necessità più diffuse: porre limiti all’immigrazione economica per poterla commisurare alle potenzialità produttive del Paese e ai problemi demografici di interi territori; assicurare la sicurezza e la vivibilità delle periferie delle città; difendere modelli culturali e stili di vita (che ci appartengono per tradizioni consolidate) con pratiche di integrazione gestite in modo sapiente. Naturalmente temi da inserire in una visione di società in cui ci sia posto e libertà per chiunque. Ma partendo dalle pulsioni effettive della gente e non già da quelle che noi pensiamo di imporre agli altri.

Solo in questo modo il nuovo soggetto politico potrà rispecchiare, nel dialogo continuo, il sentimento della società e accrescere i consensi in ambiti dove non riusciamo ad arrivare perché ci vedono emotivamente lontani.

Quello che dobbiamo assolutamente capire è che la politica-politica, cioè l’andare e restare solo nell’ambito delle disquisizioni politiche, è un contesto che non ha più un dominio assoluto, perché è superato dall’ “autonomia” della società.

Se oggi il PD (come una volta la DC e il PCI) è un emporio dove iscritti ed elettori vengono ad acquistare quello che trovano oppure vengono a vedere e se ne vanno delusi perché non trovano quello che desiderano, ReteDem dovrà essere un “mercato” dove la politica “acquista” - da individui e gruppi - emozioni, sentimenti, percezioni, suggestioni, bisogni, domande più o meno strutturate e restituisce il tutto con un’offerta più appetibile, perché assortita, diversificata, diffusa, aderente ai bisogni emotivi della gente. 

Letto 524

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Alfonso Pascale

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Aggiornato al 31 marzo 2018

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