L’intellighenzia pseudo sinistrorsa ha scelto di essere la retroguardia!!!

Analisi di un ceto intellettuale di pseudo sinistra che, contrariamente a quel ruolo di avanguardia che dovrebbero avere gli intellettuali, si mette su una posizione di retroguardia guardando ancora al 900. Una prospettiva perdente che sa di non avere la forza di sfidare il futuro. Un attacco al pensiero liberaldemocratico per restringersi nell’orizzonte di quella che per comodità chiamiamo la “Ditta”. E che per fare ciò dicono tutto ed il contrario di tutto.

Letto 1662
L’intellighenzia pseudo sinistrorsa ha scelto di essere la retroguardia!!!

Voglio confessarvi di sentirmi, in questo periodo, molto inquieto e contrariato. E proprio per questo mi sento di affidarvi alcune riflessioni che mi girano per la testa. Dei veri e propri ragionamenti ad alta voce.

Questa fastidiosa sensazione proviene dall’aver assistito in questa settimana ad alcune analisi, affermazioni, giudizi nei vari talk, tg3 notte, articoli, ecc. sul PD, sulla sinistra in generale e i suoi presunti errori in questi anni, espressi, alcuni anche in occasione di presentazione di libri, da esponenti dell’intellighenzia pseudo sinistrorsa, giornalisti/scrittori, notisti, commentatori, saggisti, filosofi, sedicenti economisti.

Il fastidio proviene dalla strana coincidenza, quasi una congiunzione astrale, che vede tutti questi personaggi concordi nel sostenere che la sinistra, da molti anni ormai, si sia snaturata, abbia perso la sua identità, sia pian piano diventata, per dirla alla Prodi, “il partito dei ricchi”, “dei Centri storici”.

Per carità lungi da me voler impedire a chiunque di pensarla come vuole e di avere una sua interpretazione su da cosa è rappresentata oggi l’identità della sinistra.

Ognuno è pienamente legittimato a pensarla come vuole, su cosa e chi, vuole o vorrebbe, deve o dovrebbe, rappresentare la sinistra. Ci può scrivere gli articoli, i saggi e tutti i libri che vuole ma per quel giusto “principio di reciprocità” (cioè tenere conto che anche chi legge e chi ascolta ha diritto ad avere la sua visione, la sua interpretazione, la sua idea di rappresentazione della sinistra, possibilmente di governo) sarebbe bene premettere sempre da parte di questi prestigiosi intellettuali un “secondo me”, un “io penso”, un “a mio parere” un “posso sbagliare ma”.

E invece no!!!

Dicono le cose come fossero verità rivelate e pertanto assolute, offrono prove di quello che dicono come se fossero incontrovertibili e non ci fossero altri (prestigiosi come, se non più, di loro) che offrano prove del contrario, parlano della sinistra come se questo campo di pensiero e di azione avesse l’obbligo divino, il dogma di essere fisso e immutabile nel tempo, indipendentemente da quale realtà mutata, frutto del tempo che passa, ti si presenti in quel momento storico.

Il cumulo di accuse rivolteci è stato enorme e incredibilmente ostile, si potrebbe dire: tutto e il suo contrario pur di denigrarci. Per anni la sinistra è stata accusata, proprio da molti di questi signori, di non sapersi adeguare alla realtà che mutava, indicandoci i partiti socialisti e socialdemocratici europei come esempio da seguire, e adesso invece dicono che perdiamo, perché siamo diventati come loro, adepti del neoliberismo imperante.

Cerco allora di andare con ordine indicando solo alcune questioni poste.

A cominciare dal primo grande errore che, a mio parere, pregiudica tutto il resto dell’analisi.

Mi piacerebbe infatti potergli dire: “quando si parla del PD bisogna sapere, e non è questione di lana caprina o di dettaglio, che non si sta parlando di un Partito di sinistra. Il PD, per sua gestazione e fondazione, è un soggetto politico plurale di centrosinistra (e senza trattino)”.

Può non piacere? Può darsi, ma è da questo che si deve partire se si vuole fare una giusta analisi.

Più culture politiche del ‘900 sono confluite in questo soggetto e nessuna aveva la prerogativa di esercitare una supremazia egemonica. Il compito di queste culture era di raccogliere il meglio delle loro esperienze, aggiornare i paradigmi di riferimento e contaminarsi per costruire una forza capace di svolgere la “funzione nazionale” di portare il Paese nel terzo millennio dentro l’orizzonte del progetto degli Stati Uniti d’Europa.

La prima conseguente domanda che avrebbero dovuto farsi infatti è, perché, nonostante la sconfitta, il Pd sta meglio dei partiti socialisti? E invece questi grandi strateghi non potete immaginare cosa sono stati capaci di dire.

Sarebbe troppo lungo, cerco di farmi capire così: sono passati dall’attaccare l’Europa, matrigna e troppo rigida con quei paesi con il debito troppo alto, per non avere la capacità di politiche anticicliche paragonandola, per dimostrare la loro conoscenza di cose internazionali, agli USA (l’ha detto Rampini dimenticando che l’Europa non è uno Stato federale come gli USA, non ha un governo federale, non ha una fiscalità federale, non ha un bilancio federale di cui disporre, ecc. E meno male che è il corrispondente di Repubblica negli USA. Quando non si mastica di architetture istituzionali, sarebbe meglio stare zitti); poi contro la globalizzazione (ricordo che molti di loro invece prima ci criticavano perché non ne capivamo l’importanza, in quanto arretrati e provinciali) dimenticando che per uno schieramento progressista(e per sua natura da sempre internazionalista) la globalizzazione aveva rappresentato da subito, per la prima volta, la possibilità per popoli affamati e sottosviluppati di entrare sulla scena mondiale alla pari e accedere allo sviluppo, alla crescita, alla possibilità di vivere dignitosamente (vedi Cina, India, Corea, Vietnam, ecc). Come potevamo essere contro? Chi è onesto intellettualmente ricorderà le manifestazioni in giro per il mondo dei “no global” contro proprio le forze di progresso. In tutto l’occidente questo ha creato problemi. Ma qualche prezzo non lo si può sopportare in nome della solidarietà verso milioni e milioni di esseri umani da parte di un occidente benestante? Allora non abbiamo protetto a sufficienza chi ha sofferto le conseguenze di tali difficoltà?

Può darsi, ma dobbiamo ricordarci come stava questo Paese. L’economia era ferma e con un debito pubblico fuori controllo. Questo è un altro punto che non si vuole capire: se non c’è crescita e sviluppo economico non ci sono le risorse per aiutare chi è più in difficoltà.

Appena con il Governo Renzi siamo riusciti a risollevarlo abbiamo istituito il REI (reddito di inclusione). Abbiamo preso il Paese a -1,7 e l’abbiamo portato + 1,5 in mille giorni; qualcuno, nel tg3 notte, è arrivato a sostenere che il nostro elettorato ci ha lasciato perché abbiamo abbracciato pienamente e acriticamente il neoliberismo, abbandonando la strada maestra del conflitto capitale/lavoro. Accusandoci, ad esempio, di aver tessuto le lodi di Marchionne prima e dopo la sua morte. Ma come? A uno che ha salvato la FIAT in Italia e la Chrysler negli USA dal fallimento e con questo l’occupazione di migliaia di lavoratori in Italia e in America, tra parentesi in un momento difficile per l’economia mondiale, dovevamo invece fargli la guerra? (chi ci ha provato è stato sconfessato prima di tutto dagli stessi lavoratori. Landini docet).

Il fatto che uno come Obama, Presidente degli Stati Uniti, gli abbia affidato le sorti della Chrysler e i finanziamenti per farlo, non ha nessuna importanza?

Mi sembrava ormai assodato che da moltissimo tempo (ricordo che anche il PCI nella sua fase finale timidamente provò a sostenerlo) per tutte le forze di progresso valesse il nuovo paradigma dell’alleanza fra i produttori e l’idea che il conflitto si sarebbe risolto attraverso relazioni industriali e sindacali più mature e più moderne; e che dire dell’accusa di aver ceduto alle leggi spietate del mercato, che fa il paio naturalmente col neo liberismo, in modo talmente ridicolo da far dire a Merlo del “Foglio”: “ perché invece voi che proporreste il Comunismo?”

La verità è, sempre a me sembra, che siamo di fronte, oltre o insieme all’autopromozione interessata dei propri libri, ad un forcing per portare, da parte di molti intellettuali con al primo posto il Partito de La Repubblica, un attacco definitivo contro la sinistra liberale, contro il riformismo che si è dispiegato nel governo dei mille giorni, e di recintare la tradizione identitaria della sinistra tradizionale per spingere fuori dallo spazio del Pd il riformismo e il pensiero liberale.

Tornare cioè nella ridotta più tradizionale (che per brevità abbiamo chiamato “ditta”) per sentirsi più sicuri, più tranquilli, più coperti. Poco importa se così non si è forza di governo. Una visione che spinge nella direzione, al di là dei dinieghi, di facilitare il rapporto coi 5 stelle, euroscettici, fautori della spesa pubblica in deficit, alfieri del neostatalismo, di una visione illiberale dello Stato, portatori di un giustizialismo forcaiolo (solo con gli altri).

Una prospettiva perdente che sa di non avere la forza di sfidare il futuro.

Letto 1662

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