Quale PD dopo il 3 marzo?

Breve analisi degli scenari che si aprono a seconda di chi vince alle Primarie

Letto 1118
Quale PD dopo il 3 marzo?

Nella scelta del Segretario del PD, votando alle primarie, invito a non considerare la simpatia o la fama del candidato, ma di cercare di capire “quale PD” vorremmo che uscisse dalle primarie. In altre parole, con quale PD, con quale programma vogliamo presentarci agli elettori per battere l’attuale maggioranza.

Se vincesse Zingaretti, ci ritroveremmo un PD al passato. Con le porte aperte a chi ha sempre perso, anche quando non aveva contro quasi nessuno. Ricordiamo il PD di Bersani, con Berlusconi, quasi più nelle aule dei tribunali che in campagna elettorale, e il Paese portato allo sfascio dal Centro destra. È riuscito a prendere quasi gli stessi voti dei 5Stelle, che aveva bellamente ignorato in campagna elettorale.

Se vincesse Martina ho l’impressione che il PD resterebbe in una palude stagnante. Né di qua, né di là. Una posizione democristiana nella quale si cerca di accontentare tutti, senza una presa di posizione netta e profonda.

Un Partito riformista, di sinistra, ha bisogno di un programma chiaro, comprensibile, realizzabile. Inutile fare promesse irrealizzabili, d’accordo, ma anche estremamente dannoso paventare alleanze incompatibili. Meglio rassegnarsi a stare per un po’ all’opposizione, tanto ci siamo abituati, piuttosto che dimostrare di essere attaccati al potere ed accettare alleanze a qualunque costo.

Anzi, a volte la scelta di stare all’opposizione è una scelta strategica, giustificata dal fatto che, almeno, si mettono alla prova le inconsistenza e le incapacità di chi governa.

Io credo che i programmi di Giachetti/Ascani siano molto più credibili e condivisibili proprio in ottica di crescita futura del Partito. Rinnegare un’esperienza positiva di Governo con risultati tangibili sia nella crescita economica che in quella dei diritti, falsa la prospettiva per gli elettori che capiscono quanto sia giusto continuare su quella strada.

Alterare i progetti di Partito per strizzare l’occhio agli elettori che si sono allontanati solo perché hanno creduto alla propaganda delle opposizioni (Banche, Articolo 18, Consip, liberismo, ecc.) sarebbe un errore madornale. Chi fa questi discorsi ha preso poco più del 3% un anno fa. Cerchiamo di portare via voti a loro?

Gli elettori che hanno invece deciso di credere agli asini che volano, si stanno rapidamente ricredendo (vedi elezioni in Abruzzo e in Sardegna). Con che coerenza potremmo chiedere quei voti lasciando nel mirino una alleanza con chi ha tradito tutte quelle promesse?

Tra i tre candidati, solo Giachetti ha sempre escluso alleanze innaturali. Gli altri due sono sempre stati possibilisti, con Zingaretti che, addirittura, si era dichiarato disponibile a lavorare ad una alleanza.

Se vogliamo coltivare la speranza di ritornare, un giorno, al Governo del Paese con una proposizione riformista, dobbiamo fare in modo che il PD sia un Partito che accoglie i moderati riformisti, che restano comunque molto più numerosi dei nostalgici della ditta.

Possiamo farlo se il PD è guidato da sinceri riformisti. La correzione di rotta che ci si deve aspettare dal nuovo segretario è semplicemente una gestione più solidale del partito, nel quale si dovrà pretendere la lealtà nei confronti della mozione vincente. Le lacerazioni e le divisioni giornaliere sbandierate in televisione dalla minoranza hanno fortemente minato la fiducia da parte degli elettori. Perché dalle Fake news prima o poi la verità emerge, ma il fuoco amico va debellato pena la scomparsa di una proposizione riformista nel contenitore chiamato Partito Democratico.

Letto 1118

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Marco Biondi

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Aggiornato al 31 marzo 2018

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