Le domande fondamentali da farsi. La crisi epocale della sinistra di fronte ai cambiamenti. Capitolo 2 di 4.

Nel secondo capitolo dei nostri bignamini elenchiamo le domande necessarie che tutti a sinistra dovremmo farci per imparare “ad apprendere dal mondo” ed a “resistere alla patetica tentazione di scomunicare il mondo che viene”; le risposte a queste domande ci aiuterebbero molto a comprendere meglio la contemporaneità.

Letto 326
Le domande fondamentali da farsi. La crisi epocale della sinistra di fronte ai cambiamenti. Capitolo 2 di 4.

In un suo pamphlet dal titolo emblematico, “Senza il vento della Storia”, Franco Cassano scriveva: “costruire un blocco sociale nuovo e più largo non è come aggiungere sulla stessa scacchiera nuove pedine a quelle vecchie: richiede una mutazione profonda e impegnativa, una temporalità più complessa, uno sforzo più generoso. Non è una mossa tattica, comporta ricavi ma anche costi.

Bisogna resistere alla patetica tentazione di scomunicare il mondo che viene, di sublimare una vecchia gioventù a danno di quelle successive.

Solo chi si impegna in modo radicale ad apprendere dal mondo ha il diritto di insegnare qualcosa e di provare a mutare il corso del letto in cui esso scorre.”

Nel secondo capitolo dei nostri bignamini elenchiamo le domande necessarie che tutti a sinistra dovremmo farci per imparare “ad apprendere dal mondo” ed a “resistere alla patetica tentazione di scomunicare il mondo che viene”; le risposte a queste domande ci aiuterebbero molto a comprendere meglio la contemporaneità.

A sinistra si fa un grande uso del termine cambiamento, ma si rimane spesso nel vago.

E rimangono nel vago sia coloro che lo declinano per spingere avanti quelle che a loro avviso sono le “vere” innovazioni sia chi resiste e si aggrappa a vecchi riti e miti della politica.

Ma parlare di cambiamento è dire tutto e non dire nulla.

Come è cambiato il mondo? Perché una cosa è sicura, il mondo è cambiato irreversibilmente ed affrontare questi cambiamenti con le vecchie certezze ed i vecchi paradigmi è l’errore più grande che si poteva e si può fare (e che moltissimi a sinistra fanno).

Per comprendere come il mondo e la società siano cambiati radicalmente negli ultimi 30 anni, e perché servono nuovi strumenti di azione politica, è necessario però farsi alcune domande fondamentali (ed alla fine del capitolo elencheremo un'altra serie di domande poste da alcuni importanti autori che hanno studiato la contemporaneità).

È necessario domandarsi ad esempio come si compongono oggi i ceti che stanno sotto e come, i ceti una volta dominanti, sono stati scomposti e ricomposti dal turbo capitalismo finanziario.

Chi comanda oggi davvero nel mondo?

Cioè quando si parla di capitale oggi di cosa si parla? Di quello che dà vita alla economia reale, che dà lavoro e produce beni oppure ai capitali del mercato dell’azzardo finanziario che oggi sono in grado con un click su un computer di annichilire uno Stato nazione? E che capitalismo è quello dominato dai proprietari dei big data, il nuovo petrolio della economia contemporanea?

E nella nuova stratificazione sociale, quanto pesa la mobilità, la velocità a spostarsi di ceti, informazioni e beni? Cioè quanto è più povero e con meno potere chi non ha questa possibilità?

E domandiamoci perché la disuguaglianza cresca in maniera esponenziale laddove abbiamo insieme sia il Digital divide (il non utilizzo della informatica) che il Mobility divide (l’impossibilità a muoversi ed a viaggiare).

E domandiamoci ancora se nelle analisi politiche e sociali che si fanno si tenga sufficientemente conto del fatto che rispetto al passato il capitale ha preso il volo, non è più territoriale, viaggia libero per il mondo, mentre il lavoro, la fatica, il dolore restano sul territorio senza la forza di condizionare quei poteri che spostano le risorse finanziarie da una parte all’altra del globo a loro piacimento.

Ed è a questo che penso quando sento autorevoli sindacalisti minacciare di occupare le fabbriche. E dopo averle occupate che accade? Un tempo il padrone stava dentro la fabbrica che, come gli operai, era anch’essa legata al territorio. Era la fabbrica fordista e se la si occupava il padrone doveva venire a patti perché non aveva alternative. Oggi se gli occupi la fabbrica gli fai un baffo. Un click e via. Agnelli aveva fisicamente l’ufficio al Lingotto, Marchionne aveva il suo ufficio in tutto il mondo, passava più tempo su un aereo che in ufficio.

E domandiamoci anche se la sinistra poi ha preso atto che la finanziarizzazione dell’economia ha messo in un angolo l’economia reale. E che un pezzo importante di quelli che vengono ancora definiti i “padroni” sono soltanto dei dipendenti stressati di quelle entità anonime che sono i famosi mercati finanziari.

Nessuno vuole far scomparire le differenze di classe, solo che se si continua a tracciare le linee di confine laddove eravamo abituate a tracciarle la sinistra va a sbattere e non riesce a trovare le necessarie alleanze sociali.

Che ci piaccia o no oggi i confini sono mobili. E non solo quelli tra gli Stati ma anche quelli tra gli individui.

La sinistra si è interrogata a sufficienza sulla estrema frammentazione sociale che il turbo capitalismo tecno nichilista ha prodotto negli ultimi 30 anni e da cui non c’è possibilità di tornare indietro?

Ha capito che le vecchie categorie di azione, i vecchi paradigmi sono ormai ferri vecchi inutilizzabili?

E domandiamoci anche se siamo stati in grado di dare risposte convincenti agli interrogativi che l’ambientalismo più serio ha posto, risposte convincenti alla messa sotto accusa di un produttivismo inquinante in cui non si capisce se è più di sinistra la lotta delle popolazioni per chiudere subito aziende inquinanti e pericolose per la salute o è più di sinistra la salvaguardia del posto di lavoro di coloro che lavorano in quelle fabbriche (ricordo al proposito un profetico intervento del grande Vittorio Foa che tantissimi anni fa, c’era ancora il PCI, si poneva questa domanda a proposito dell’ACNA di Cengio).

E bisogna anche essere in grado di dare risposte al tema della biopolitica, al tema della messa al lavoro dell’essere umano nella sua interezza, non solo lo sfruttamento della forza del lavoro fisico ma il coinvolgimento nel processo produttivo anche dei nostri pensieri e della nostra vita.

Chiudo questo capitolo, lo avevo preannunciato, ponendo altre domande fondamentali senza rispondere alle quali sarà difficile far tornare al centro lo “spazio pubblico”.

Sono le domande che si sono posti diversi ricercatori che ragionano sulla politica e sulla società. Sono convinto che dalla risposta anche a queste domande dipende se saremo in grado di superare la crisi epocale che la sinistra sta attraversando in questo primo ventennio del nuovo secolo.

Si domanda Aldo Bonomi: come è stato possibile che chi sapeva tutto della fabbrica, della catena di montaggio, del rapporto fabbrica territorio negli anni settanta ed ottanta, ad un certo punto si sia trovato completamente spiazzato di fronte al cambiamento?

E se la sinistra non si è più raccapezzata di fronte ai cambiamenti della struttura produttiva come poteva raccapezzarsi e comprendere i moderni fenomeni di frammentazione dei rapporti sociali e di deperimento dell’antico sistema delle relazioni sociali dentro un territorio, frammentazione e deperimento avvenuti sotto i colpi violenti delle ricadute locali dei fenomeni di globalizzazione che producono stress, spaesamento, anomia?

Si domanda Ernst Laclau: fino a pochi anni fa le teorie classiche dell'emancipazione hanno postulato l'omogeneità degli agenti sociali da emancipare (a sinistra si credeva che la classe operaia liberando se stessa liberasse tutta l’umanità).

Oggi, al contrario, tendiamo a parlare di emancipazioni al plurale, abbiamo di fronte a noi una fortissima diversità tra le domande sociali. Non c’è più (forse non c’è mai stato) un soggetto unico che è il motore del progresso.

E sulla base di questo la domanda da porsi è: quale nozione dell'agire sociale (cioè con parole nostre quale forma partito, quale azione sociale o di governo), è compatibile con questo cambiamento?

Si domanda Alain Baidou: è possibile un soggetto politico di sinistra quando proliferano esigenze di frammentazione e di chiusura nelle proprie identità?

Una persona oggi è come un prisma dalle diverse facce, pensate ad un essere umano che contemporaneamente, ad esempio, è operaia, è donna, è madre ed è lesbica. Un tempo non era così (c’era uno status preponderante che offuscava tutti gli altri) ma oggi ognuno di questi status esprime una forte soggettività autonoma. Come è pensabile un soggetto politico universale, un partito di sinistra, che rappresenti le differenze contingenti e centrifughe, i numerosi frammenti della società e le diverse identità che rendono impossibili quella sintesi dialettica che veniva praticata però quando tutto il panorama sociale era più semplice e leggibile (e che i più anziani di noi ricordano con nostalgia e rimpianto senza rendersi conto che quella sintesi è oggi materialmente impossibile)?

Come è possibile cioè costruire oggi un Partito, un Movimento, una Agenzia sociale che sia in grado, come dice mirabilmente Michele Mezza nel suo Algoritmi di libertà, di “orchestrare le differenze”?

Si domanda Marco Revelli: di fronte alla crisi del paradigma classico della Sinistra e della Destra quando nascerà un nuovo “paradigma politico” capace – come fece il paradigma politico dei moderni nei confronti di quello degli antichi più di 3 secoli or sono – di riempire il vuoto provocato da quella crisi?

E attraverso quali protagonisti (soggetti sociali, culture, identità)?

E quali forme assumerà?

Dove si deve collocare la sinistra nell'Europa della complessità sociale, della dissoluzione dei soggetti forti – classe operaia in primo luogo – dei movimenti post industriali e post materialistici, nell'Europa universo del consumo e del superfluo dove niente è più vero perché tutto si può compare e vendere?

Si domandava Alex Langer: in un mondo in cui passato e futuro cessano di costituire i momenti separati di una temporalità processuale per annientarsi nella presenzialità dell'istante, come possono continuare a sussistere in quanto identità stabili e separate le tradizionali strutture d'appartenenza identificate dalla destra e dalla sinistra?

E se oggi tutto è presente come possono esistere cioè identità collettive (Partiti, Sindacati, etc.) che si sono costituite ed erano pienamente percepibili solo in un tempo in cui la durata era ancora concepibile e in cui esisteva una qualche forma sia pur estenuata e ristretta di tradizione?

È di sinistra l'insistenza per lo sviluppo (industrialismo, espansione, crescita del prodotto nazionale lordo) e magari di destra la deindustrializzazione?

(continua)

1 - Fordismo, post fordismo, società della informazione

2 - Le domande fondamentali da farsi

3- Spazio sociale, spazio fisico, spazio pubblico

4 - La crisi del politico

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Enzo Puro

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Aggiornato al 31 marzo 2018

 

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