Ecco perché il governo Renzi non ha fatto politiche di destra come vanno cianciando alcuni candidati alla segreteria del PD

Jobs act, Buona scuola e gli aiuti alle imprese vengono spesso portati ad esempio di presunte politiche di destra attuate da Renzi. Basta soffermarsi un attimo su ciò che c’era prima di queste misure per capire che non è vero e che anzi esse sono misure di sinistra, di una sinistra non ideologica e con la testa sempre rivolta al passato. È quello che provo a dimostrare in questo articolo.

Letto 1120
Ecco perché il governo Renzi non ha fatto politiche di destra come vanno cianciando alcuni candidati alla segreteria del PD

Quelli che vogliono riprendersi il PD dopo essere stati rottamati da Matteo Renzi, insieme a tante analisi sballate sui perché della pesante sconfitta elettorale ripetono il mantra che il giovane premier fiorentino, oltre ad essere antipatico, ha praticato politiche di destra e si è disinteressato delle sofferenze sociali.

E concentrano la loro accusa, per dimostrare questo mantra, su 3 punti dell’azione di governo, il Jobs act, la Buona scuola e l'aver aiutato le imprese.

Io penso invece che non sia così e che queste misure oltre che giuste sono misure profondamente di sinistra. Ed in questo articolo vorrei dimostrarlo.

JOBS ACT.

Il jobs act non è solo articolo 18 (che ricordo non è stato minimamente toccato per i milioni e milioni di lavoratori con contratti a tempo indeterminato stipulati prima del 2014), il jobs act è un insieme di misure che puntano ad ampliare la rete di protezione del welfare, a ridisegnare le politiche attive del lavoro, il jobs act è anche eliminazione della pratica delle vergognose dimissioni in bianco. E il Jobs act va visto insieme e non disgiunto dalle decontribuzioni per chi assumeva a tempo indeterminato.

Non si può far finta di non sapere che fino al 2014, in seguito alla crisi del 2008, in Italia i licenziamenti erano superiori alle nuove assunzioni, il tasso di disoccupazione saliva e quello di occupazione scendeva. Tra le poche nuove assunzioni che si facevano circa l’80% erano lavori precari.

Riassumendo quindi, prima del Jobs act, era altissimo il numero dei licenziamenti (malgrado l’articolo 18 che non difendeva alcunché) e dilagava la precarietà.

Dopo il 2014 la situazione si inverte. Crescono le nuove assunzioni che diventano superiori alle cessazioni, diminuisce il tasso di disoccupazione ed aumenta (insieme al numero assoluto) il tasso dioccupazione.

Ma il dato più rilevante è quello riguardante le assunzioni a tempo indeterminato che hanno avuto due dinamiche positive: sulle nuove assunzioni sono circa il 50% (oltre 500.000) ma c’è anche la dinamica delle centinaia di migliaia di lavori a tempo determinato o di apprendisti che diventano a tempo indeterminato (queste conversioni non vengono contate come nuovi posti di lavoro ma sono certamente nuovi “buoni” posti di lavoro).

E la cosa ancora più interessante sta nel fatto che i licenziamenti normati dal nuovo articolo 18 non sono aumentati rispetto a prima (smentendo categoricamente chi sosteneva che la modifica di quella norma avrebbe aperto le cataratte dei licenziamenti).

Non dobbiamo quindi chiedere scusa di nulla.

Abbiamo guidato il governo in un periodo terribile, venivamo fuori dalla crisi globale più forte dal 1929 e dalla durissima austerità di Monti (causata dalla irresponsabilità di fronte a quella crisi del governo Berlusconi /Lega), ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo fatto il nostro dovere portando l’Italia ad intravedere l’uscita dal tunnel della crisi. Ed abbiamo fatto questo mentre tutt’intorno si scatenava una guerra guerreggiata mediatica che avrebbe fatto stramazzare al suolo chiunque (se volete approfondire questo aspetto leggete QUI "Come è nato tutto questo odio verso Renzi, il Malaussène italiano?" 

BUONA SCUOLA

E dove sarebbe di “destra” la politica della buona scuola?

Prima del Governo Renzi la scuola pubblica aveva subito (governi Berlusconi/Gelmini e poi Monti/Bersani) tagli selvaggi. Il budget della scuola diminuiva anno dopo anno.

La riforma chiamata della “buona scuola” ha portato ad un aumento consistente del budget della scuola pubblica, non solo attraverso i fondi per un piano assunzionale epocale ma anche attraverso i fondi mirati al funzionamento scolastico, alla formazione collettiva e individuale degli insegnanti e ad quelli per l’edilizia scolastica con la costituzione di una unità di missione dedicata a palazzo Chigi (che i gialloverdi hanno subito smantellato insieme alla unità di missione per il risanamento idrogeologico).

Per non parlare del rinnovo dopo 10 anni di vacanza contrattuale del contratto di lavoro, un segnale di attenzione malgrado la cifra di 85 euro non certo sufficiente a ridare dignità ad una figura professionale strategica nella economia della conoscenza, ma in ogni caso molto superiore a quella di 14 euro messa a disposizione dai gialloverdi per il nuovo contratto, (in pratica quelli che chiamavano strumentalmente mancia gli 85 euro della Fedeli oggi prevedono un aumento di appena 14 euro).

A me hanno insegnato che quando si aumenta il budget della scuola pubblica si fa una politica di “sinistra”.

Poi possiamo discutere se alcune misure (l’algoritmo per le destinazioni dei nuovi assunti, il potere dei presidi, le modalità di valutazione degli insegnanti) siano state ben fatte o meno (ed io continuo a ritenere che sulla valutazione degli insegnanti non si è sbagliato nulla e ci si è scontrati con una mentalità conservatrice pompata dai sindacati, così come nulla era sbagliato sul potere dei Presidi individuati come leader didattici di una comunità educativa) ma non si può negare che i governi Renzi e Gentiloni hanno investito in maniera notevole sulla Scuola pubblica.

L’AIUTO ALLE IMPRESE.

Nel 2018 c’è ancora chi ragiona secondo una netta divisione in classi con i lavoratori da una parte e i padroni dall’altra. Questa divisione così netta non era vera ai tempi del fordismo, lo è meno ancora nell’epoca della economia della conoscenza, quell’epoca che a me piace descrivere come “post post fordista”.

Ma essa rimane incistata nei neuroni della gente di sinistra e quindi, al canto di bandiera rossa, se un governo aiuta le imprese è un governo di destra o peggio “al soldo dei padroni”.

Non la voglio mettere giù difficile provo invece ad essere su questo tema il più concreto possibile (ho provato a spiegare altrove con l’utilizzo di paroloni e concetti approfonditi perché il mondo è cambiato e perché ciò che si pensava 40 anni fa è diventato obsoleto ed inutile, leggi QUI "Fordismo, post fordismo, società della informazione. La crisi epocale della sinistra di fronte ai cambiamenti. Capitolo 1 di 4.

Dato per assodato che l’iniziativa privata non è il male (il contrario ha prodotto l’economia pianificata fallimentare del comunismo dell’est, se ne sono accorti anche i comunisti cinesi che da anni praticano un esperimento di capitalismo dentro un regime di Partito unico, non proprio il massimo) è evidente che il pubblico, oltre a costruire le reti di protezioni attive per chi cade e non ce la fa, deve sostenere la crescita e la buona salute delle imprese private.

Combattere la povertà senza creare assistenzialismo è possibile solo se l’economia cresce e se si redistribuisce in maniera equa il frutto di questa crescita.

È banale dirlo ma una politica di redistribuzione delle ricchezze non basata sulla crescita porta all’appiattimento egualitario da un lato e alla conseguente diminuzione (perché si produce di meno) della ricchezza da redistribuire.

Se un governo quindi ha un occhio rivolto verso il mondo delle imprese non è un governo di destra (devo dirvi che mi imbarazza stare qui ad argomentare un concetto che dovrebbe essere self evidente e ormai acquisito da tanto tempo) ma un governo che punta ad innalzare la ricchezza complessiva del paese ed a creare occupazione e lavoro.

Tutto ciò che il governo dei 1000 giorni ha fatto a favore delle imprese aveva questo obiettivo. E non ha trascurato le politiche di protezione sociale nella consapevolezza però che indirizzare tutte le risorse disponibili verso la protezione sociale senza interventi sulla crescita a lungo andare avrebbe portato ad un maggiore impoverimento.

Affermare perciò che il Jobs act, la Buona scuola e l’impegno verso le imprese sono la prova che Renzi ha portato il PD a destra è una delle bugie più clamorose che la sinistra interna ed esterna abbia mai detto e dispiace sentire che questa affermazione è fatta propria anche da più di un candidato alla segreteria del PD.

P.S.

Alla domanda del tutto legittima che in tanti fanno e cioè “se avete fatto tutte queste belle cose perché gli elettori non vi hanno premiato?” ho esaurientemente risposto QUI "La damnatio memoriae di Matteo Renzi. Il tentativo è quello di cancellarlo dalla nostra memoria patria." 

Letto 1120

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Enzo Puro

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Aggiornato al 31 marzo 2018

 

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