Quella sinistra libera e uguale a prima

Parole ad effetto e l’ombra della Storia

Letto 4078
Quella sinistra libera e uguale a prima

“Da questa assemblea parte una battaglia che avrà un orizzonte lungo. Dovremo costruire un grande partito che si ispiri agli ideali del socialismo coniugati con umanesimo e democrazia. Noi siamo una grande sinistra che ha nella sua storia un grande rivoluzionario socialista come Gramsci. Noi siamo il voto utile che non andrà mai con la destra”.

Così Enrico Rossi, presidente della Toscana, sul suo profilo Facebook durante l’assemblea programmatica di Liberi e Uguali. Parole emblematiche, significative, molto più degli slogan ad effetto contenuti nel discorso di Grasso. Non credo che se ne renderà mai conto ma in poche parole Rossi è riuscito a condensare la cultura politica che sottende questo nuovo, ennesimo, partito a sinistra della sinistra.

Alcune considerazioni.

La prima: l’orizzonte lungo.

Magari l’orizzonte al quale si riferisce Rossi fosse quello terrestre. In politica, invece, le cose vanno in ben altro modo perché tutto è sempre in continuo movimento e l’orizzonte, talvolta in maniera addirittura imprevedibile si sposta, va rincorso e se raggiunto o quando si ha la sensazione di averlo raggiunto ecco che riparte più veloce di prima. Non a caso quello scorso è stato definito il secolo breve.

Il problema della sinistra radicale non consiste tanto nell’individuare l’orizzonte (chi non vuole benessere, democrazia, pace, giustizia e libertà?) quanto nel non riuscire a rendersi conto di quanto sia enorme l’intreccio di cause ed effetti che lo sposta in avanti. Sta nel non comprendere l’impossibilità di riproporre le ricette di sempre pensando così di poter ripartire da un daccapo che nel frattempo è cambiato, che non c’è più. Sta nel non riuscire una buona volta a mettere d’accordo teoria e pratica, ad adeguare pur condivisibili aspirazioni alla realtà del momento e ai tempi che questo richiede. Hai voglia poi a discettare di dialettica materialistica della storia, a fare e disfare partiti e partitini, a considerare dei traditori. È tutto questo che la differenzia dai riformisti. Ed è la sua infantile impazienza a portarla a considerare i riformisti addirittura come dei traditori.

La seconda: costruire di un grande partito.

Legittimo. Se però si pensa alla lunga storia politica, e anche personale, dei soggetti che lo stanno costruendo qualche perplessità sorge spontanea riguardo al suo futuro. Ricordiamo tutti la vicenda delle liste Arcobaleno, Altra Europa con Tsipras, Rivoluzione civile costruite in fretta e furia nell’immediata vigilia di importanti scadenze elettorali e implose subito dopo con il rituale strascico di scissioni. Ora gli stessi soggetti, seppure con altri nomi, si aggregano con aree politiche e persone con storie assai diverse tra loro e dalle loro. Soggetti che hanno votato per il governo Monti, il fiscal compact e il pareggio di bilancio in Costituzione e che poi hanno sostenuto, qualcuno col mal di pancia ma tanti altri con convinzione, tutte le riforme fatte dal governo Renzi. Proprio mesi fa qui, su Manrico social, ho pubblicato l’intervento integrale di Roberto Speranza quando, da capogruppo PD alla Camera, in Aula sostenne con passione tutto il programma del governo guidato dal segretario del suo stesso partito.

Se è vero che la storia prima o poi si ripete, inevitabile domandarsi cosa accadrà nel corso della prossima legislatura quando, cioè, si dovranno immancabilmente compiere scelte decisive riguardo l’economia, il lavoro e la previdenza, la giustizia e i diritti civili, le relazioni internazionali con il rischio di nuovi conflitti e possibili crisi energetiche o le tanto sbandierate “vere” riforme istituzionali. Tanto più se Liberi e Uguali dovesse confermare quanto da tempo Bersani e i suoi vanno dicendo circa la possibilità di sostenere un eventuale governo a cinque stelle. A meno che, indipendentemente da chi siederà a Palazzo Chigi, non preferiscano starsene al calduccio di una opposizione di bandiera. Quanto basta per avere la visibilità necessaria per sperare di raggranellare un po’ di seggi al prossimo giro.

Terza considerazione: ispirarsi agli ideali del socialismo coniugati con umanesimo e democrazia.

Ma perché il socialismo non è anche umanesimo e democrazia? Quando il socialismo ha perso questi altri due elementi si è trasformato nella mostruosità stalinista. Perché dunque auspicare che i valori del socialismo si coniughino con quelli dell’umanesimo e della democrazia? Qualcosa ancora non va da quelle parti? Il tema rimanda inevitabilmente ad una certa storica ambiguità, non solo lessicale, che ha caratterizzato per molti anni gran parte della sinistra italiana: l’aver adottato nel proprio nome il termine “comunismo” in tutte le sue declinazioni, l’essersi ispirata, e per diverso tempo anche legata, ai vari regimi comunisti e contemporaneamente parlare di socialismo. Mai come in questo caso la forma è stata così tanta sostanza al punto da venire sfruttata al meglio dalla DC per decenni.

Rossi ricorda Gramsci definendolo un grande rivoluzionario socialista e magari, ricordando la frattura insanabile che nel 1921 si determinò tra Gramsci e l’ala estrema guidata da Bordiga e le altre che da allora si sono susseguite nella sterile gara a chi era  - ed è - più gramsciano, il suo invito suona come un implicito (inconscio?) invito affinché certi suoi nuovi compagni di strada riflettano sui risultati dei loro anni vissuti all’insegna di un gruppettarismo più o meno radicale e parecchio parolaio. Chissà.

Quarta ed ultima considerazione: il voto utile che non andrà mai con la destra.

La questione lapalissiana non è andare a destra quanto piuttosto, nella attuale situazione, favorire il suo successo. Sarebbe questo un voto utile? Sarebbe voto utile utilizzare il consenso ricevuto, piccolo o poco più grande che sia, e metterlo a disposizione di un governo guidato formalmente da Di Maio ma in realtà comandato da personaggi a dir poco ambigui? In alternativa, se così si può dire, è utile un voto che di fatto favorirebbe la vittoria di chi ha caratterizzato il suo ventennio di potere con scandali pubblici e privati e leggi ad personam lasciandoci per eredità il baratro in cui molti sono precipitati e che altri sono riusciti ad evitare per puro miracolo? Dunque, a questo punto che senso ha lo slogan “per molti, non per pochi”?

Conclusione: saranno pure Liberi (D’Alema permettendo) ma sempre Uguali a prima restano.

Letto 4078

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Fabio Lazzaroni

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Aggiornato al 31 marzo 2018

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