La dittatura dell'aggettivo

È tempo dei riformisti. E i riformisti sono quelli che le riforme (possibili) le fanno. E non le risolvono in vuoti aggettivi, "radicali" a parole

Letto 871
La dittatura dell'aggettivo

È questo che non è più accettabile, credibile e sopportabile: la dittatura dell'aggettivo.

Il modesto Pisapia, per qualificare la sua manifestazione e per descrivere ciò' che lo distingue dal Pd ha parlato di un "centrosinistra radicalmente innovativo". Che distinguerebbe lui, Grasso, Speranza e altri da Renzi e il Pd. Che, sembra di capire, il centrosinistra lo vorrebbero "non radicale" o " poco innovativo".

Ma basta! Letteralmente non se ne può più.

La sinistra, ai miei occhi di riformista liberale, ha questo vezzo che la rende antipatica: crede di avere il monopolio del cambiamento. Ma non perché' fa, effettivamente, innovazioni o riforme. No. Solo perché' le aggettiva: forti, radicali, straordinarie ecc.

Poi quali siano queste riforme che propone, quali siano i contenuti, i programmi che avanza, che cosa realmente abbiano di innovativo e in che cosa rappresentino un cambiamento reale, non è dato saperlo.

In che cosa i programmi della sinistra radicale (che non ha fatto mai alcuna riforma) siano "radicalmente innovativi" rispetto alle riforme realizzate da Renzi e che hanno portato l'Italia fuori dalla crisi? Lo sapete voi? Io no.

Pisapia sarà un buon sindaco o un moderno avvocato ma deve capire, insieme a tutta la sinistra, una cosa: in Europa e in Italia bisogna smetterla con gli aggettivi per qualificare i propri programmi. Bisogna smetterla con questo vezzo di sinistra di sostituire alle proposte concrete gli aggettivi altisonanti per distinguersi dai riformisti liberali.

È pericoloso. Se ci fermiamo agli aggettivi il populismo, anch'esso radicale a parole, vi strabatte. Nella situazione europea di oggi serve il contrario: dimostrare che sono possibili cambiamenti "tranquilli" e che vale molto di più' la competenza di governo che il radicalismo (a parole).

È il populismo il nemico da battere. E il populismo, quanto alla retorica degli aggettivi, batte chiunque. Io sono diventato sostenitore di Renzi solo quando ha realizzato il jobs act. E perché, finalmente, c'era al governo una sinistra che le riforme le faceva e non le aggettivava soltanto.

Ora Pisapia e l'Mdp la smettano con la pretesa di distinguersi con gli aggettivi, astratti e altisonanti. Dicano, finalmente, quali sono concretamente le riforme che farebbero, in che cosa sono più "radicali" di quelle che Renzi ha fatto o propone di fare, e che cosa abbiano di così innovativo.

Io, per ora, ho capito soltanto che gli piacerebbe "ripristinare" l'articolo 18. Non proprio un'innovazione e tanto meno "radicale". Io della sinistra presuntuosa e parolaia che fa le rivoluzioni con gli aggettivi non ne posso più'.

È tempo dei riformisti. E i riformisti sono quelli che le riforme (possibili) le fanno. E non le risolvono in vuoti aggettivi, "radicali" a parole.

Letto 871

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Umberto Minopoli

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Aggiornato al 25 feb 2017

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