Il futuro del PD, la Politica e il cammello

Se il futuro del PD deve essere un ridicolo congresso, che parte dai circoli e dai territori, rianimati artificialmente per produrre pochi segnali di vita, preferisco seguire il caro amico Dario, mi trovo un’oasi nel deserto e aspetto il tramonto tra le dune, disquisendo di gnoseologia con il cammello. 

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Il futuro del PD, la Politica e il cammello

Carlo Calenda ha lanciato, dalle pagine de Il Foglio, il Manifesto politico che potremmo definire, con parole un po’ desuete, ma che hanno il merito di essere semplici e mantengono l’efficacia di poter distinguerci dagli altri, della “Nuova sinistra”.

Nel Manifesto di Calenda, ex ottimo ministro dei governi Renzi e Gentiloni, ed una delle poche mente lucide rimaste nel panorama della storia del pensiero socialista e liberale occidentale, troviamo, oltre ad una breve disamina degli errori commessi negli ultimi decenni dal fronte progressista, anche una serie di proposte di largo respiro, che non si limitano ad immaginare una vittoria di breve periodo, per piazzare un sindaco o un presidente di regione, ma guardano ad un orizzonte più ampio, ai prossimi trenta anni e forse più.

Si spazia dalla messa in sicurezza finanziaria ed economica del Paese ad un diverso sistema di welfare inclusivo delle nuove povertà, investimenti materiali ed immateriali, progetti culturali per combattere l’analfabetismo funzionale che, ormai, colpisce la stragrande maggioranza dei nostri concittadini (fonte accreditate parlano del 70% della popolazione), una diversa funzione della UE, non più somma di egoismi nazionali, ma terreno di confronto proficuo per condividerne valori e prospettive.

Proposte che meritano di essere lette ed approfondite, su cui si può concordare in tutto o in parte, ma che sarebbe un grave errore non prendere in considerazione, per inseguire quella parte di sinistra, ormai definitivamente sconfitta dalla storia, che si ostina in maniera ottusa, inconcludente e controproducente a pensare che un partito ed un sindacato debbano limitarsi alla difesa corporativa del parassitismo e della mediocrità, per assicurarsi il voto di masse sempre più povere, sempre più escluse, sempre più de-alfabetizzate.

Senza accorgersi che quelle stesse masse, private di tutti gli strumenti di conoscenza delle odierne complessità, sono il terreno più fertile per far crescere nuove forme di fascismo e populismo, come già avviene in molte paesi europei, compresa l’Italia.

Non è questo il futuro delle democrazie occidentali. Questa è la regressione ad un pensiero primordiale che riporta alla memoria tempi ben più bui, quando una crisi mondiale epocale, portò al trionfo di feroci dittature, ampiamente sostenute, non dimentichiamolo mai, dalle masse popolari, oltre che dalle élite borghesi.

La sfida che abbiamo di fronte non è solo istituzionale e governativa, ma è, prima di ogni cosa, culturale e conseguentemente politica. Le classi sociali, che un tempo distinguevano le parti in conflitto, si sono liquefatte di fronte all’avanzare prepotente ed irrefrenabile della globalizzazione. È un processo in atto da decenni, non possiamo fermarlo, ma possiamo e dobbiamo governarlo.

Continuare a definire le “classi sociali” come etichette di una minorità genetica, crea solo ulteriori consensi verso i nuovi conservatorismi. Pensare di rappresentare le più disagiate, in termini puramente solidaristici, nella speranza di ricavarne un consenso elettorale, è pura illusione. Un velleitarismo che spinge quelle stesse classi verso nuove forme protezionistiche, viste come le uniche strade per un riscatto nazionale e personale.

Il risultato sarà l’affermarsi di chiusure mentali e territoriali, l’avanzare della sfiducia verso ogni forma di governo ed istituzione politica e culturale. La chiusura in gabbie sempre più strette dell’autosufficienza, in un mondo insicuro, inadeguato, privo di sbocchi.

Si afferma che stiamo pagando il prezzo di una crisi economica che ha lasciato ai margini milioni di persone a combattere, da soli, la lotta per la sopravvivenza. Mors tua vita mea.

È vero, ma da questo stato non se ne esce con interventi economici e protezionistici, che produrrebbero solo nuove povertà. Del resto, in Italia, ma possiamo dire in tutta Europa, non sono mancati economisti o politiche economiche che hanno affrontato la crisi e, in parte risolta, anche se può sempre riaffacciarsi e in termini più drammatici, sono mancati e continuano a mancare i filosofi. E manca il potere.

Potere inteso come forza del pensiero, in grado di nascere all’interno di un circuito politico-intellettuale, per disegnare un progetto di vasto respiro che si affermi tra le forze produttive e sociali, grazie anche ad una leadership forte e riconosciuta.

Già un leader, parola simile alla bestemmia per una parte della vecchia sinistra, che non si rende conto, o finge di non capire, che le idee forti hanno bisogno di personalità forti per imporsi, non possono, con la scusa della dialettica e della (finta) democrazia, frantumarsi in mille distinguo e puntualizzazioni, dichiarazioni da giudizio universale buone sole per la piazza del mercato rionale, in bocca ad un qualche collettore di tessere (sempre meno e sempre più finte), dalla faccia e dal linguaggio mediocre, che pensa di guidare il popolo e, sempre più spesso, ha difficoltà ad affermarsi pure nel quartiere dove è nato.

O il “potere” torna nelle mani della politica, quella vera, quella che progetta, che si proietta nel tempo, che intravede il futuro ed è in grado di dominarlo, oppure, come in parte già è accaduto, il “potere” passerà in mano ad altri, anche in forza della violenza che esprime, sia fisicamente, sia verbalmente.

Anche per questo motivo, la proposta di Nicola Zingaretti lascia il tempo che trova. Da bravo amministratore, ma mediocre politico, quale è sempre stato, rilancia l’idea, tutt’altro che innovativa, di un partito che riparta dai sindaci e dalle amministrazioni locali, che insieme ai circoli e ai territori, verranno ricordati come il tormentone dell’estate 2018, insieme alle quattro note in croce di Alvaro Soler.

Peccato che il “bravo amministratore”, evidentemente evoluzione politica del “bravo presentatore” dell’amato Nino Frassica, può fare accordi, trovare una qualche convergenza con le forze produttive locali su interessi parziali o su questioni puramente territoriali. Poteva, un tempo, favorire alcuni bacini elettorali, finanziando progetti culturali ridicoli o il restauro di una qualche piazzetta, facendo lavorare piccole associazioni e/o cooperative del territorio. Poteva, ho scritto, perché ora non riesce a fare più nemmeno quello, visto che manca la materia prima. I soldi.

Ma ridotto a questo, un partito fin dove può arrivare? Vince le prossime elezioni amministrative. Forse, perché le incertezze sono molte, come gli umori dell’elettorato. E poi? Con quale classe politica e quale idea culturale pensa di affrontare i grandi temi della delocalizzazione delle aziende, come affronta la convivenza tra industrializzazione, sviluppo e salvaguardia del territorio, con quali strumenti governa i processi migratori in entrata e, purtroppo per noi, anche in uscita, come rinnova il linguaggio e le prassi politiche, visto che le vecchie parole d’ordine sono ormai superate?

Se la prospettiva che ci attende è questa, ma anche no, grazie. Personalmente declino l’invito. Concimare i gerani mi darebbe maggiore soddisfazione e risultati, sono certa, sarebbero più duraturi.

Il futuro del PD, se questo partito ha ancora un senso, non può declinarsi alla vittoria della prossima battaglia elettorale, per perdere poi tutte le guerre epocali. Un ciclo storico si è chiuso, definitivamente, e non con Renzi, che anzi, pur tra diversi errori e non pochi ostacoli, ha tentato il possibile per ridargli un futuro. Si è chiuso, venti anni fa, con Veltroni e D’Alema. Non possiamo continuare a celebrarne il funerale. È anche ora di dire basta e voltare pagina.

I prossimi 15 anni saranno probabilmente tra i più difficili che ci troveremo ad affrontare da un secolo a questa parte, in particolare per i paesi occidentali”, scrive Calenda. Nel mio piccolo, lo penso anche io, già da diverso tempo e, oggi, staremmo già un po’ più avanti, se ne avessimo preso atto al tempo dovuto.

La traversata del deserto sarà lunga e faticosa, ma da semplice militante o mi si offre una prospettiva di lungo periodo, per cui vale la pena intraprendere il cammino, o non muovo nemmeno il primo passo. Ormai, ho una certa età, trent’anni ed oltre di militanza mi hanno sfiancato, se il futuro del PD deve essere un ridicolo congresso, che parte dai circoli e dai territori, rianimati artificialmente per produrre pochi segnali di vita e qualche decina di voti per approvare una mozione, preferisco seguire il caro amico Dario, mi trovo un’oasi e aspetto il tramonto tra le dune, disquisendo di gnoseologia con il cammello.

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Bianca La Rocca

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Aggiornato al 31 marzo 2018

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