La città. Le città. Come sono cambiate negli ultimi 30 anni. Funzione e significati negli spazi urbani.

Un lungo excursus storico sul ruolo delle città. In questo articolo si prova a ragionare sui profondi mutamenti avvenuti nel ruolo delle città nel mondo, dall’essere potenti strumenti ordinatori della esperienza umana al loro essere attualmente, spesso, “non luoghi” senza anima.

Letto 359
La città. Le città. Come sono cambiate negli ultimi 30 anni. Funzione e significati negli spazi urbani.

Vorrei parlare della città. O meglio delle città.

Prima di poter entrare nello specifico (di Roma ma anche di Milano, Torino, Genova etc. etc.) è necessario a mio avviso cercare di comprendere come le città sono cambiate, nel loro significato profondo, durante gli ultimi 30 anni.

Le città, dall'epoca del primo inurbamento dopo l'anno mille, hanno sempre svolto, accentuando questo ruolo nell'epoca della modernità, il compito di essere strumenti ordinatori della esperienza umana e facilitatori della creazione di Senso e di Significati.

Lo furono quando il potere ordinatore principale era il sacro. E tutto si svolgeva intorno alle grandi cattedrali; parlo delle grandi cattedrali gotiche che si elevavano al cielo, metafora di una società verticale in cui la costruzione di senso avveniva dall'alto al basso, da Dio ai fedeli.

E lo furono quando l'uomo riconquistò, nell'umanesimo e nel rinascimento, il centro della scena e l'affermarsi della prospettiva fu la metafora di un essere umano che ordinava con il suo sguardo lo spazio e la vita.

La città ideale era questo. Era ordinatrice di senso e di significati. Creava legami sociali. E creava luoghi pubblici dove questi legami potevano essere rafforzati. La piazza, la cattedrale, il palazzo del potere pubblico, il mercato.

E sviluppò questo ruolo in maniera ancora più travolgente dopo le grandi rivoluzioni (l'inglese, la francese e l'americana). E grazie all'irrompere sulla scena del capitalismo e delle diverse rivoluzioni industriali.

E la differenza rispetto al passato, in questa prima modernità (che a detta di molti è durata fino al trentennio successivo alla seconda guerra mondiale del 900) stava nella quantità e nel potere ordinatore.

Immense masse di uomini e di donne si riversarono nei centri urbani. In tutto l'800 la letteratura è piena di descrizione di questi brulicanti luoghi e la folla, l'esperienza della folla e la sua preoccupante anonimità, fu uno dei leitmotiv ricorrenti dei poeti maledetti francesi (in questa direzione c'è un’analisi, che lascia a bocca aperta, fatta da Walter Benjamin sulla poesia di Baudelaire).

Ed il potere ordinatorio passò in maniera definitiva dal sacro alla ragione in un processo di secolarizzazione profondissimo (è vero che ci furono rivolte culturali che sentivano stretto la dittatura della ragione, il romanticismo, il decadentismo, Nietzsche etc etc. ma il motore dello sviluppo sociale economico morale degli ultimi 2 secoli è senza dubbio la ragione, quella che ha prodotto le grandi rivoluzioni industriali e le grandi scoperte scientifiche).

E le città continuarono a produrre significati. E assunsero le caratteristiche proprie della prima modernità. E svolsero anch'esse il ruolo di sgravare l'uomo da molti compiti, e questi compiti furono delegati anche alle città oltre che allo Stato ed alle altre istituzioni societarie (compresi i partiti ed i sindacati).

E la città svolse bene questo compito, integrando, sussumendo in sé molte diversità (pensate nell'epoca recente la metabolizzazione della grande emigrazione meridionale in Italia), creando significati condivisi attraverso una quantità di luoghi, le vecchie piazze, le fabbriche con i quartieri intorno dove si svolgeva la vita sociale, in parrocchia, alla lega sindacale, alla sede del partito, al dopolavoro.

In quell'epoca le funzioni della città ed i suoi significati producevano legame sociale. Voglio dire che a quell'epoca la città non “funzionava” soltanto ma svolgeva anche un ruolo di rassicuratrice e di difesa.

Quando ha inizio il punto di frattura e le città sono viste solo come agglomerati che funzionano e smettono di essere agglomerati che aggregano?

Avvenne quando, a partire dalla fine degli anni 60 una rivolta libertaria contro l'oppressività dello Stato e delle Istituzioni, il desiderio diffuso di nuovi spazi per l'individuo aprirono involontariamente (si può parlare in questo caso in maniera propria di eterogenesi dei fini) un'autostrada culturale a quel pensiero neoliberista, egemone nell'ultimo trentennio. Che non è solo un fatto economico e di libero mercato ma investe tutti gli aspetti della vita dell'uomo e che si può riassumere nella famosa frase di Margareth Tatcher che sembra abbia detto: “la società non esiste”.

Nella cultura egemone dell'ultimo trentennio (chiamato in vari modi, il trentennio del turbocapitalismo, del super capitalismo, del capitalismo tecno-nichilista, post fordista, della seconda modernità, della modernità liquida, della modernità riflessiva, della società globale del rischio etc etc) la produzione di senso e di significato ha CEDUTO IL PASSO al raggiungimento degli obiettivi, all'efficienza delle macchine, alla funzionalità.

Le istituzioni hanno smesso di selezionare per noi i significati dando loro una gerarchia. Dopo un primo periodo di meraviglia e di sensazione di libertà ulteriore conquistata, l'essere umano si è trovato da solo a dover scegliere di fronte a miliardi di opportunità. E a doversi costruire da solo un percorso biografico. Perché tutto, ci dicevano, dipende da noi, dalle scelte che facciamo, dalle nostre capacità o incapacità. Sui nostri successi o insuccessi la società non conta.

ED HA SMESSO LENTAMENTE DI SVOLGERE IL SUO RUOLO ORDINATORE ANCHE LA CITTÀ. OGGI LA CITTÀ FUNZIONA SOLAMENTE.

E nei dibattiti sulla città si parla soltanto delle funzioni da immettervi, sganciate dal significato e dal senso, anzi esse stesse funzioni produttrici di miliardi di significati contradditori.

Funzioni che producono scarti di cui nessuno si accorge (o, come direbbe Bauman, vite di scarto).

E non sono solo i barboni per strada, o i migranti invisibili che vivono in 10 per stanza o sotto i ponti del Tevere, sono anche le immense solitudini e le paure di quelli che invece la cittadinanza ce l'hanno e vivono nei loro quartieri da perfetti estranei.

E i grandi shopping center sorti come funghi in tutte le città del mondo, e che molti definiscono come “non-luoghi”, sono il sostituto modernissimo dei vecchi punti di aggregazione, solo che là dentro non c'è interazione gratuita, quella che arricchisce l'anima, l'interazione negli shopping center è una interazione mercantile dove il vecchio consumismo degli anni sessanta, che aveva alla sua base il soddisfacimento del bisogno, si è tramutato nel consumismo del desiderio ed anzi del capriccio (per fare andare l'economia i prodotti devono durare poco, devono essere continuamente sostituiti ed il bisogno non è adatto a questa economia perché la soddisfazione di un bisogno può essere di lunga durata).

Quindi la città ha smesso di dirci cosa siamo e cosa dobbiamo fare e ci ha lasciato sprovvisti di significati a muoverci tra uno shopping center ed un altro e tra un luogo diventato trendy al successivo (sia esso Campo de Fiori a Roma o il Pigneto o San Lorenzo).

Le amministrazioni di centrosinistra degli anni novanta e dei primi del nuovo secolo avevano intuito queste modificazioni ma non sono riuscite ad invertire la rotta (ci voleva ben altro di fronte ad un motore globale così potente e turbolento). Ci si è provato. Ed anche per alcuni periodi con successo. Cosa è stato a Roma per esempio il progetto delle “cento piazze” se non il tentativo di ricreare, soprattutto in periferia spazi pubblici di socializzazione? E la straordinaria ed esemplare riprogettazione degli spazi del Porto antico di Genova?

Ma sono tentativi che si sono scontrati con l'eliminazioni dei significati o meglio con la dichiarazione, anch'essa ideologica, della loro inessenzialità e con la spinta a vedere la vita solo sotto la spinta del funzionamento, degli obiettivi da raggiungere individualmente, dell'efficienza competitiva che sente i legami sociali come un peso. Per cui in queste piazze ci si andava ma non si sapeva cosa dirsi.

Ed a Roma per esempio ci si è provato anche con il Piano Regolatore Sociale, un modello innovativo delle politiche di welfare locale o con la trasformazione dell'Auditorium di Piano in un grande spazio culturale pubblico per la fruizione della cultura alta e di quella meno alta.

Tentativi, ripeto. In controtendenza.

La differenza tra i due modelli di città (per usare le definizioni di Mauro Magatti direi la città del Capitalismo Societario e la città del Capitalismo tecno-nichilista) può essere compresa anche mediante un esempio.

Negli anni 50 e 60 a Roma molti spazi urbani erano pieni di baracche, i famosi borghetti, con le loro case di lamiera e carta catramata, baracche non dissimili da quelle che oggi vediamo in molti accampamenti di extracomunitari. Tra l'altro fino al 1961 vigeva ancora la legge del foglio di via per gli immigrati che non avevano un lavoro. E questi immigrati erano meridionali venuti a Roma per trovare lavoro e sfuggire alla miseria del mezzogiorno d'Italia.

All'epoca la città che produceva senso e dava una gerarchia ai significati pian piano integrò e metabolizzò questi esseri umani, non perché erano italiani come qualcuno dice, ma perché la città all'epoca aveva il compito di mettere ordine e lo fece non nascondendo ma creando spazi pubblici (fino ai mega piani di 167).

Oggi chi vive nelle baracche è un invisibile, uno scarto, non è funzionale e la città che ragiona per funzioni e non per significati non sa dove mettere questi individui e li nasconde o li reprime.

QUESTA TRASFORMAZIONE DEL RUOLO E DEI COMPITI DELLA CITTÀ È BEN VISIBILE NEL MODO IN CUI NEGLI ULTIMI ANNI CI SI È APPROCCIATI ALLA QUESTIONE URBANISTICA.

Dalla città ideale di metà millennio fino ai moderni piani regolatori novecenteschi la pianificazione urbana rispondeva alla necessità di organizzare la città attraverso un incrocio di significati e di funzioni, incrocio nel quale aveva la preminenza il ruolo ordinatore di creazione di significati con le funzioni che erano appunto funzionali a tali significati.

Per questo l'Urbanistica è da considerarsi una materia di tipo sostanzialmente umanistico-scientifica. E nell'epoca in cui le istituzioni nel loro complesso (gli Stati nazionali) avevano un ruolo preponderante nella vita delle persone (ruolo che a fine anni 60 aveva provocato la rivolta degli individui), in Urbanistica la parola Piano aveva un significato ben preciso.

E la crisi dei Piani regolatori (crisi teorica e crisi pratica) ha la stessa radice della crisi delle grandi istituzioni moderne (degli Stati, del welfare etc. etc.).

L'oppressione normativa dei Piani regolatori che non lasciavano niente al caso fu ribaltata dal trionfo del progetto e del cosiddetto marketing strategico.

Ed è avvenuto anche nel modo di ragionare di urbanistica quello che è avvenuto nella concezione della vita individuale. Nella vita individuale gli esseri umani sono passati, in meno di 30 anni, dal poter concepire veri e propri piani esistenziali che riguardavano non solo l'intera durata della nostra vita ma anche quella dei nostri nipoti e dove la “durata” era la sua caratteristica più importante, sono passati a isolati progetti di vita legati ad un istante, che inizia e finisce, validi sino a nuovo avviso direbbe sempre Bauman. Con più progetti nell'arco di una vita.

Così come il lavoro è stato trasformato da lavoro per sempre, a tempo indeterminato ed in quanto tale creatore di significati e di senso in lavoro a progetto che inizia e finisce per quanto dura il progetto.

In urbanistica non ci fu via di mezzo. L'oppressione e l'invasività del Piano (la cui rigorosità e capillarità aveva prodotto per esempio a Roma la nascita di una città abusiva pari quasi per numero di abitanti alla città legale), quell'invasività che portava nei piani regolatori a dettare anche le misure dell'aggetto dei balconi di un edificio, si è ribaltata nell'assenza totale di pianificazione attraverso il progetto caso per caso e la completa deregulation urbanistica.

E l'ideologismo di chi non ha avuto il coraggio di innovare il concetto di Piano ha consegnato in molte città il potere alle mani libere della concezione del progetto e di chi ragiona oggi solo per funzioni. Escludendo, lo dicevamo prima, il significato, anzi rinunciando a mettere un ordine gerarchico ai significati.

A Roma ci si è provato. E parlo della prima idea del Piano Regolatore, quella di Campos Venuti, Marcelloni ed Oliva. Si è provato a riallacciare pianificazione, significati e funzioni, a rendere il piano più flessibile e modulare. Altre epoche ed altri tempi.

Questo sono oggi le città.

Da questa riflessione bisogna ripartire prima di scendere alle letture caso per caso.

Senza questa griglia interpretativa non riusciremo mai a produrre una inversione di tendenza ed a fare delle città degli agglomerati che rimettano in moto l’ipofisi scomparsa che riproduce sensi e significati.

I comunitarismi etnocentrici sono una risposta a queste questioni, Ma sono risposte locali solo apparentemente forti e solo apparentemente antagoniste. Sono solo l’altra faccia, quella sporca, del meccanismo globale deterritorializzante.

Letto 359

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Enzo Puro

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Aggiornato al 31 marzo 2018

 

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