Troppi i dipendenti pubblici? No, ma organizzati male.

Sono troppi i dipendenti pubblici italiani? Costano troppo?

Letto 1794
Troppi i dipendenti pubblici? No, ma organizzati male.

Guardando i dati presenti nei report statistici ufficiali e/o accreditati scopriamo che il problema non sta nel numero degli addetti e nel costo finanziario, ma nella qualità molto inferiore dei servizi pubblici erogati in Italia rispetto a Paesi occidentali che, con una spesa complessiva corrispondente, hanno un’efficienza di gran lunga superiore.

Vediamo di chiarire con numeri questa apparente contraddizione fra le quantità “reali” di risorse umane pubbliche e le quantità “percepite” da molti concittadini.

Cerchiamo di rispondere a tre domande:

1) il numero di impiegati pubblici nell’amministrazione italiana (Stato, Regioni, Autonomie locali ed Enti pubblici non economici) è in linea, in termini di rapporti col numero totale di addetti e di rapporto con la popolazione, con le consistenze degli altri Paesi dell’OCSE?

2) Quanto costa al cittadino l’Amministrazione pubblica italiana?

3) le retribuzioni medie degli impiegati pubblici sono superiori o inferiori a quelle dei lavoratori privati.

1. IL NUMERO DEGLI IMPIEGATI PUBBLICI ITALIANI

Secondo il “conto annuale” 2016 della Ragioneria generale dello Stato (fonte ufficiale dei dati in questione), gli impiegati pubblici sono circa 3,2 milioni, così suddivisi:

 

Si può facilmente vedere che gli addetti della Scuola sono il grosso dei dipendenti pubblici, circa un terzo del totale; seguono il Servizio sanitario nazionale, le Regioni e Autonomie Locali, i corpi di Polizia e le Forze armate. Le funzioni centrali (Ministeri, Agenzie, Enti pubblici non economici, Autorità indipendenti) sono netta minoranza, pari a circa l’8% del totale dei dipendenti pubblici.

Sono troppi, in percentuale degli occupati totali, i 3 milioni e 200mila addetti della PA italiana? Il confronto con gli altri 34 paesi membri dell’OCSE viene effettuato ogni anno da tale Organizzazione con la pubblicazione “Government at a glance” vedi. Quest’anno sono state riportate le statistiche del 2015, sintetizzate nella tabella seguente. Si evince chiaramente che l’Italia con il suo 14,8 % è sotto la media OCSE come rapporto fra impiegati pubblici e totale degli occupati, rapporto inferiore, peraltro, agli Stati Uniti, Canada, alla Gran Bretagna, alla Francia, ai Paesi scandinavi.

Qual è infine il rapporto fra i pubblici impiegati e la popolazione residente? Ossia quanti impiegati pubblici ci sono su 100 cittadini residenti in Italia? Ecco un confronto con altri stati europei tratto da un rapporto della Ragioneria Generale dello Stato sul lavoro nelle pubbliche amministrazioni: si evince facilmente che con i suoi 5,5 lavoratori pubblici su 100 abitanti l’Italia è in linea – in alcuni casi più virtuosa – con le realtà occidentali a noi più vicine.

2. LA SPESA DEI CITTADINI PER LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Proseguendo nella rapida rassegna, vediamo ora quale sia la spesa media che ciascun cittadino italiano effettua per i servizi della pubblica amministrazione. La relazione della Corte dei Conti – anno 2016 – sul costo del lavoro pubblico quantifica tale spesa in euro 2.695 l’anno l’importo medio che ciascun cittadino spende per finanziare il lavoro pubblico: come si vede qui sotto siamo perfettamente in linea con gli altri Paese europei.

Il rapporto sulle pubbliche amministrazioni dei Paesi OCSE di quest’anno (Government at a glance 2017) conferma questi dati. La spesa media individuale in dollari sul totale della spesa pubblica è da noi superiore alla media OCSE, ma inferiore alla spesa individuale nei più importanti Stati occidentali.

3. PRIVATI E PUBBLICI: RETRIBUZIONI A CONFRONTO

Il regime di lavoro dell’impiegato pubblico è più garantito rispetto a quello dei privati, per il motivo principale secondo cui il datore di lavoro pubblico non può procedere a licenziamenti individuali se non per gravi motivi disciplinari: ai lavoratori pubblici non si applica l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori (vedi qui). Ai vantaggi “del posto fisso” si cumula anche quello legato al miglior trattamento economico dei dipendenti pubblici rispetto ai dipendenti privati: una recente indagine della CGIA di Mestre (vedi qui) ha calcolato in circa 2000 euro di retribuzione annua il vantaggio esistente al 2014 dai lavoratori pubblici rispetto al valore medio degli addetti nei settori dell’industria delle costruzioni e dei servizi.

CONCLUSIONI

L’evidenza rilascia dati di conoscenza chiari: la posizione individuale media dei dipendenti pubblici è migliore di quella dei dipendenti privati. Tuttavia, i dati complessivi di confronto coi Paesi occidentali evidenziano una situazione in linea con le dimensioni degli altri, in termini sia di occupati che di spesa complessiva per i servizi pubblici. Questi dati dovrebbero in teoria confortarci, ma ciò non è! Infatti, essi certificano solo una delle due facce della medaglia: la consistenza e il costo dei servizi della pubblica amministrazione a carico dei cittadini: questo è l’aspetto che riguarda la remunerazione dei servizi! Ma la qualità degli stessi? Qui casca l’asino, come si suol dire: nel senso che, a parità sostanziale di costo della pubblica amministrazione rispetto agli altri Paesi, la qualità dei servizi – anche se MANCANO idonei indicatori – è rilevabile come nettamente inferiore per qualunque osservatore o cittadino italiano che abbia modo di fare confronti.

Quindi il problema delle pubbliche amministrazioni italiane risiede nella qualità dei servizi erogati, che è notoriamente pessima. Chi vuole occuparsi di pubblica amministrazione, in conclusione, deve concentrare l’attenzione, non sulla spesa globale o sulle risorse umane dipendenti, ma sul modo in cui vengono utilizzate tali risorse: è un problema cioè di organizzazione complessiva, lì dove per organizzazione si deve intendere in primo luogo la distribuzione istituzionale dei compiti della Repubblica fra amministrazioni statali, regionali e locali, così come prevista dal titolo V della Carta costituzionale. A discesa poi, nel concetto di organizzazione rientrano le modalità di distribuzione fra gli uffici delle risorse umane, una loro adeguata professionalizzazione, una qualità dei servizi erogati adeguata alla remunerazione complessiva ricevuta dai dipendenti e una gestione delle performance individuali basata sul merito di ciascuno, premi per i meritevoli e disincentivi per i reprobi. Tutti aspetti questi sui quali il gap regolativo e gestionale rispetto agli altri Stati occidentali è cronico e clamoroso.

Articolo originale apparso su L’Italia che verrà

Letto 1794

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Giuseppe Beato

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Aggiornato al 31 marzo 2018

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