Ma Roma è ancora una città?

Per Daniele Fichera la crisi di Roma va al di là di mafia capitale e delle vicende politiche contingenti

Letto 1265
Ma Roma è ancora una città?

In tutto il mondo le città sono considerati i luoghi cruciali del cambiamento, centri dell’innovazione economica e produttiva e delle trasformazioni sociali.

La prosperità dei moderni centri urbani dipende sempre meno dai loro territori di riferimento e sempre più dalla loro capacità di posizionarsi come nodi di sistemi più ampi di relazioni (nazionali, continentali e globali). Il processo è inverso: “by creating an environment that spawns, attracts and retain top talent, business, ideas and capital a global city can generate benefits that extend far beyond municipal boundaries” (AT Kearney, Global Cities, Present and Future).(trad.: dalla creazione di un ambiente che genera, attrae e trattiene i talenti migliori, affari, idee e capitali di una città globale in grado di generare benefici che si estendono ben oltre i confini comunali)

Certo le città sono anche luoghi problematici, in cui si manifestano disuguaglianze e marginalità sociali e in cui si determinano difficoltà ambientali, ma una città dinamica crea le condizioni per affrontarle e contenerle mentre una città statica o in declino ne subisce l’aggravamento.

Mentre Milano (e non solo grazie all’Expo) è stata capace di ritrovare slancio e dinamismo e si è riproposta sul palcoscenico europeo (ha mostrato la presenza degli “anticorpi” di cui ha parlato Cantone), Roma sembra scivolare verso il basso, declinando su un piano negativamente inclinato verso una sempre più evidente marginalità da cui la salvano, per ora, solo la rilevanza del patrimonio storico-artistico, la consistenza dei flussi turistici e la presenza del centro di una istituzione globale come la chiesa cattolica.

In questo scenario la condizione della Capitale è caratterizzata da un insieme di criticità che vanno ben al di là del disvelamento del malaffare di mafia capitale e delle vicissitudini politiche.

La prima è il declino economico-produttivo, sistematicamente confermato da tutte le analisi comparative sia a livello europeo sia a livello nazionale. Un declino che, sostanziandosi essenzialmente nel progressivo spostamento dell’impiego del lavoro dai settori ad alto valore aggiunto a quelli a bassa produttività, è rimasto a lungo nascosto nei dati occupazionali ma rappresenta una pesante ipoteca sul suo sviluppo futuro.

La seconda è il progressivo decadimento dei servizi pubblici (in primo luogo trasporti e raccolta rifiuti, sempre più costosi e sempre meno efficaci) scesi a livelli intollerabili per i cittadini e sostanzialmente incompatibili con gli standard richiesti per partecipare alla competizione continentale per la localizzazione di servizi per attività direzionali qualificate.

La terza è lo sfilacciamento della coesione sociale, che va ormai al di là della drammatica condizione dei segmenti marginali investendo ampie aree di ceti intermedi e si intreccia con la diffusione sempre più pervasiva delle attività della criminalità organizzata ed alle tensioni connesse ai fenomeni migratori determinando il progressivo peggioramento delle condizioni di convivenza civile.

La crisi istituzionale costituisce, infine, la quarta (ma non minore) criticità. Al combinato disposto di consociativismo, clientelismo e corruzione evidenziato dalle indagini su mafia capitale si è aggiunta l’incertezza di direzione politica incapace di dare un senso condiviso alla guida della città. Il tutto in un contesto in cui le pubbliche amministrazioni territoriali sono comunque percepite come inefficienti sia nella gestione delle attività ordinarie che nell’esercizio delle funzioni di governo strategico.

Una sola di queste quattro criticità basterebbe a rendere ardua l’impresa del governo della città. Tutte insieme la portano ai limiti delle possibilità.

Le più quotate offerte politiche oggi in campo appaiono lontane non solo dalla capacità di affrontare questi problemi ma anche dalla semplice consapevolezza della loro esistenza.

I vertici dei principali schieramenti secondorepubblicani appaiono tendenzialmente ripiegati su se stessi ed in preda a laceranti crisi di consensi, proposta e leadership che li rendono sostanzialmente incapaci sia di parlare alla città sia di ascoltarla.

Le nuove risposte del populismo giustizialista si guardano bene dall’affrontare ogni nodo che richieda l’effettuazione di scelte, limitandosi a raccogliere ogni forma di protesta e malcontento incuranti delle loro intrinseche incoerenze. Gli ineffabili movimentismi personalistici non vanno molto più in là, anzi se possibile appaiono ancora più strutturalmente ambigui e indefiniti. E’ difficile trovare soggetti dotati delle dimensioni quantitative e delle capacità qualitative per innescare un qualche processo di rigenerazione dell’offerta politica democratica.

Con tutto ciò non ci si vuole rassegnare alla conclusione che non ci sia niente da fare ma, al contrario, argomentare che vi è molto da fare. Non è vero che non c’è soluzione, la soluzione esiste a condizione che sia innanzitutto una soluzione di continuità rispetto a metodi e contenuti dell’ultimo ventennio. Non perché sia una stagione politica da mettere indifferenziatamente all’indice ma perché senza una riflessione critica su di essa non vi può essere una proposta nuova.

Il compito che ricade sulle spalle di chi abbia un qualche ruolo sociale, istituzionale o politico ed un residuo di interesse civile è di promuovere ogni possibile forma di aggregazione di cittadini che condividano molte valutazioni sul passato e qualche proposta per il futuro (o viceversa); e di operare perché queste aggregazioni si raccordino tra loro e si pongano come interlocutore di chi abbia forza e coraggio a sufficienza per proporsi di affrontare con competenza, disponibilità e spirito innovativo le grandi criticità di questa città e soprattutto condividano l’idea di Roma come grande città europea.

Una città dove lo sviluppo urbanistico sia visto come conseguenza e non come illusoria causa di quello economico e produttivo, dove i servizi pubblici siano costruiti avendo in mente gli interessi di chi li utilizza prima di quelli di chi li eroga, dove ai business della solidarietà dichiarata siano sostituite le attività della solidarietà praticata (e dove si riconosca che anche la sicurezza è un diritto) e dove l’onestà (anche quella intellettuale) sia considerata un requisito necessario (ma non sufficiente) per governare.

Tutte condizioni indispensabili affinché Roma ridiventi un luogo capace di generare, attrarre e mantenere talenti, attività economiche, idee e capitali a loro volta in grado di riattivare percorsi di sviluppo che generino le risorse per affrontare le criticità sociali e la riqualificazione urbana.

113 Dati social all'8 febbraio 2016


Letto 1265

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Daniele Fichera

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Aggiornato al 25 feb 2017

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