La liquefazione del PD romano. Perché è potuto accadere?

In questo articolo ricapitolo dieci anni di storia romana che ha visto la crisi ed il deragliamento delle elites democratiche di Roma, la loro incapacità di stringere contatti con i tanti mondi vitali che nella nostra città esistono. E spiego perché a mio avviso il PD a Roma non esiste quasi più e si è completamente “liqueso”

Letto 3860
La liquefazione del PD romano. Perché è potuto accadere?

Er fatto è che la colpa è de noantri
Che avemo cazzeggiato cor potere
E camminato ar buio e senza fari.
Perso l’idee, la voja de capire,
de legge ne la carne del sociale
indirizzà er cervello a cose vere.
(Da una poesia di R. Morassut)

Le difficoltà in cui si dibatte la Giunta della Raggi e l’evidente crisi di consenso che colpisce i 5 stelle a Roma dopo solo 2 mesi di governo non deve essere usata dal PD romano per mandare avanti la palla ed essere usata come diversivo rispetto ad una impietosa autoanalisi che deve essere fatta per capire cosa è accaduto.

Anche perché in questa situazione una eventuale (ma secondo me non probabile) deflagrazione del governo a 5 stelle a Roma non vedrebbe certamente il PD romano tra i beneficiari.

Ed allora è necessario chiedersi (tentando di dare una risposta) come sia potuto accadere che il PD Roma si sia liquefatto in così poco tempo (meno di un decennio) come neve al sole.

Come si è potuto passare dai fasti del 2006 con una vittoria di Veltroni (al primo turno!!) con il 61,44 % ed oltre 920.000 voti al disastro delle ultime comunali quando Giachetti ha preso il 32,8% ed appena 376.000 voti (e siccome in democrazia i giudizi sull’operato di un Sindaco e di una Giunta lo danno i cittadini con il voto è evidente che i cittadini romani per il 61% apprezzavano quanto fatto dalle amministrazioni del modello Roma e nel caso specifico da Veltroni e dalla sua Giunta).

Bisogna dire anche, però, che in occasione di quel trionfo del 2006 Veltroni commise un errore che poi in futuro si sarebbe riverberato in maniera negativa sul PD e l’errore fu quello di costruire a suo sostegno una lista denominata “Moderati per Veltroni” composta da transfughi del berlusconismo che avevano sostenuto Storace in Regione e che in futuro ci saremmo trovati come capibastone e signori delle tessere e delle preferenze dentro il PD.

Ma anche dopo il 2006 la forza del centrosinistra e del PD a Roma rimase enorme.

Nel 2008, l’anno in cui si perse Roma con Rutelli in favore di Alemanno, il PD di Veltroni nella capitale toccò, alle politiche, da solo il 41% con oltre 690.000 voti e negli stessi seggi romani dove vinse Alemanno, Nicola Zingaretti vinse alla Provincia (e comunque sia Rutelli che Zingaretti vanno oltre a Roma ai 750.000 voti).

Ed anche nel 2013 con quel disastro che poi si è rivelato Ignazio Marino si vince al ballottaggio con oltre 600.000 voti (anche se bisogna dire dopo Alemanno avrebbe vinto chiunque)

Nel 2014 infine alle Europee il PD a Roma raggiunge il 43% dei consensi (anche se un anno prima, alle politiche, il Pd bersaniano non supera il 28% tallonato con il 27% dai 5 stelle).

Una grande forza quindi che in pochi anni si liquefà, (Gigi Proietti direbbe “si è liquesa”).

Perché è accaduto?

Se non si parte dalle responsabilità pesanti delle classi dirigenti locali non si va da nessuna parte. Già vedo però, a questa mia banale osservazione, le obiezioni dei grandi pensatori della sinistra romana, (quelli che con gli occhi guardano inutilmente l’orizzonte e con le dita sul mento sostengono una testa inutilmente pesante), che mi dicono che il problema è ben altro, che la mia analisi è carente perché non affronta i grandi temi della città, che non faccio una analisi rigorosa dei cambiamenti in atto nel mondo, in Europa, in Italia, nel Lazio, a Roma, nel mio quartiere e perfino dentro casa mia.

Lasciate perdere. Non mi sfuggono le grandi questioni. Le ho scritte QUI (Perché la sinistra è diventata una forza con insediamento sociale minoritario) e QUI (I cambiamenti per cui nacque il Partito Democratico) e soprattutto QUI (Perché in tutta Europa la gente non va a votare).

Ho ben presente le questioni che in tutta Europa alimentano la crescita del populismo estremista di vario genere e ho ben presente anche la parziale crisi della lunghissima luna di miele di Renzi con gli elettori.

Ma il dato di Roma solo in piccola parte ha queste motivazioni.

Perché il dato romano è disastroso come la metti la metti (A Torino abbiamo perso ma ci siamo battuti fino alla fine e, pur perdendo il Comune, ad esempio, abbiamo vinto in tutte le Circoscrizioni torinesi).

Il dato romano rimanda a dinamiche proprie che hanno visto un vero e proprio deragliamento delle elites del centrosinistra della capitale.

Ed insieme alle belle analisi su cui noi a sinistra siamo sempre stati maestri dobbiamo crudamente avere anche la forza di guardare a ciò che è accaduto qui, nella nostra città e capire come quelle elites che per tanto tempo sono state in grado di dare a Roma un governo decoroso, improvvisamente non sono state più capaci di capirla (oscillando tra consociativismo e massimalismo verboso), perdendo i contatti con i tanti mondi vitali che nella nostra città esistono, corrompendo il proprio agire politico nel tran tran quotidiano che li ha privati di una visione di città e della impostazione di una missione adeguata ai tempi nuovi che Roma stava attraversando (questa visione e questa missione si erano intravisti nel grandissimo lavoro propedeutico che aveva messo in campo Nicola Zingaretti quando era in predicato di candidarsi a Roma, prima che l’ecatombe Fiorito rendesse necessario un suo impegno alla Regione Lazio; un lavoro che aveva coinvolto nel profondo la città ed aveva prodotto un programma innovativo che nessuno poi ha ripreso lasciandolo nei cassetti).

E per guardare crudamente in faccia ai nostri errori bisogna raccontare quello che è accaduto, senza sconti.

E bisogna cominciare dal modo in cui a Roma nel 2010 è nato il Partito Democratico.

Deleterio fu innanzitutto il consegnare il PD romano in mano ad un esponente rutelliano come Riccardo Milana che ne è stato il primo segretario. E che ha esercitato la sua funzione come un capobastone tra i capibastone mentre l’azione di direzione politica in quegli anni delicati (l’imprinting alla nascita è sempre importante) si svolgeva più per consolidare dentro il nuovo partito il rapporto tra le varie correnti che a lavorare per fare delle diverse ispirazioni che avevano dato vita al PD una contaminazione alta e positiva che poteva arricchire tutti.

Quel tipo di direzione (su cui i vertici nazionali chiusero gli occhi e che ebbe il suo trionfo quando fu assegnata organizzazione e tesseramento nazionali a Beppe Fioroni, cioè come dare a Dracula la Presidenza dell’AVIS) aprì il vaso di Pandora dell’individualismo più deteriore alimentato dalla preferenza unica a cui in molti provenienti dai DS si adeguarono (questa deriva negativa va caricata equamente sulle spalle delle due componenti storiche del PD, i DS e la Margherita, con i nativi, tantissimi, che non contavano nulla e che erano vasi di coccio in mezzo ai patti tra i capibastoni che Milana officiava con solerzia e bravura e senza alcuna capacità di elaborazione politica).

La formazione delle liste comunali e municipali del 2008 fu uno degli spettacoli più orribili ed indecorosi a cui ho dovuto assistere nel corso della mia ormai lunga esperienza politica, spettacolo indegno ed indecoroso di cui la candidatura nelle liste dell’allora VI Municipio di un ultrà calcistico nazista agli arresti domiciliari è solo la punta di un iceberg (e purtroppo nel 2010 il nuovo segretario Miccoli inserì nella sua segreteria federale uno dei responsabili di quella candidatura, il potere dei capibastone continuava ancora sancendo il fallimento di quella segreteria su cui molti di noi avevano riposto le loro speranze!!!).

E fu un errore, fatto da tutti noi, nessuno escluso, puntare alla candidatura di Rutelli contro Alemanno, mossa che regalò alla destra la nostra città (Francesco era stato un grandissimo Sindaco, è un ottima persona, ma le sue esperienze politiche successive ed i suoi errori politici nazionali lo avevano reso inviso a tanti).

Quell’errore lo pagò duramente la città ma soprattutto lo pagò il Partito Democratico romano che non fu capace di riorganizzarsi seriamente dopo la sconfitta.

La perdita dopo un quindicennio di governo ininterrotto fu uno shock terribile (meno scioccante lo fu per gli ex assessori della Giunta Veltroni che in molti trovarono rifugio dorato in Parlamento) a cui non si reagì fermandosi a riflettere per cambiare i paradigmi della nostra azione politica.

Si scelsero invece due facili strade opposte ma complementari.

Da un lato la ricerca di accordi sottobanco con il centrodestra (clamorosa fu la nomina dell’amministratore della fondazione dalemiana Italiani Europei nel CdA di Acea) dall’altro un agitazionismo organizzativistico da parte della Federazione romana guidata da Marco Miccoli che ebbe certo il merito di fare battaglie importanti come quelle contro la privatizzazione della ACEA o la denuncia della parentopoli Alemanniana senza però essere in grado di delineare una alternativa di visione e di valori per il governo della città, alternativa al centrodestra ma anche innovativa rispetto allo stesso governo del centrosinistra che dal 2006 al 2008 aveva mostrato molta stanchezza (dovuta soprattutto al fatto che Veltroni non ebbe la forza, ad inizio secondo mandato, di rinnovare completamente la compagine assessorile con forze più giovani, sperimentate nei Municipi e che non si sentivano arrivati come i vecchi assessori, quelli che in gran parte nel 2008 ci ritroveremo in Parlamento).

Per cui quegli anni post 2008 sono caratterizzati da una ginnastica organizzativa che produceva splendide feste dell’Unità ma non metteva nel motore nessun carburante di idee innovative ed in grado di diventare egemoni e vincenti.

Arrivammo alla scadenza del primo mandato di Alemanno senza leadership e senza uno straccio di idea nel carniere. E questo soprattutto dopo che nell’autunno inverno 2012/2013 esplose la crisi morale della Regione Lazio, crisi di cui Fiorito fu il simbolo ma che vide coinvolti tutti i gruppi politici regionali.

E costrinse il PD a dirottare sulla Regione, le cui elezioni si svolsero qualche mese prima di quelle comunali, l’unica risorsa che avevamo a disposizione e che poteva battersela tranquillamente per diventare primo cittadino.

Dirottato Zingaretti in Regione (dove vinse e dove sta governando molto bene) furono messe nel dimenticatoio quelle idee programmatiche innovative che in due anni erano maturate nel laboratorio di Nicola e che aveva visto una vasta consultazione di opinion leader e di portatori di interessi cittadini (io personalmente avevo lavorato insieme a Massimiliano Valeriani alla costruzione di una struttura che era entrata in contatto in quel periodo con oltre 200 associazioni di quartiere e di partecipazione popolare).

Questo vuoto di leadership e di idee per Roma fu riempito rivolgendosi all’antipolitico Ignazio Marino con quel suo “non è politica, è Roma” che vinse anche grazie al suo protogrillismo ma poi non fu capace di governare.

E l’esempio più drammatico dello stato in cui si era ridotto il PD fu l’abbandono in massa, in piena campagna elettorale, dell’intero gruppo dirigente di Roma (da Miccoli alla Campana) che trovò riparo in Parlamento lasciando il Partito romano allo sbando e senza guida.

Con i circoli che chiudevano uno dietro l’altro o si trasformavano in comitati elettorali di questo o di quello.

Ed è dal 2008 in poi (come è evidente anche dagli atti giudiziari) che si comincia a costruire quel rapporto trasversale e corruttivo che è stato rivelato dalle inchieste.

E l’incapacità di capire (anche da parte di chi nulla ebbe a che vedere con quel sistema) cosa era maturato sotto la pelle della ormai malata politica capitolina fu una colpa enorme. Tutti, nessuno escluso ragionarono nei termini del mantenimento dell’equilibrio esistente, girandosi dall’altra parte per non vedere.

Sino a che tutto fu reso simile in un blob unificato dalla efficacissima formula mediatica di Mafia Capitale.

Quella inchiesta (che a mio avviso sarà ridimensionata dai tribunali giudicanti) e soprattutto la grancassa mediatica che si mise in moto diedero il colpo definitivo al consenso verso il PD, un consenso già traballante grazie agli episodi raccontati finora, e provocò la crisi organizzativa finale di una struttura già fortemente indebolita, talmente indebolita da costringere il segretario nazionale al commissariamento della federazione romana.

E l’azione concreta della Giunta Marino si inserì in questo disastro politico contribuendo ad amplificarlo ed approfondirlo.

I sondaggi prima dello scoppio di mafia capitale davano l’esatta misura della impopolarità del Sindaco PD crollata sotto il 20%.

I romani non amavano questo Sindaco poco empatico che si era inimicato tutti, buoni e cattivi, dimostrando un fondamentalismo pericoloso che metteva tutti sullo stesso piano (una sua massima preferita, che mi ha sempre fatto venire i brividi di paura per il suo fondamentalismo, era una frase del discorso della Montagna fatto da Gesù e che diceva: “Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno”).

E i motivi del fallimento della esperienza Marino li descrissi QUI (Cosa è accaduto a Roma? La difficoltà a trovare parole giuste che lo spieghino).

Ed una grande fetta di popolo ci ha abbandonato anche per avergli regalato questo Sindaco incapace (certamente qualcuno ci ha anche abbandonato perché il PD lo ha defenestrato in malo modo ma in città erano una infima minoranza ideologizzata tanto che quando fu dimesso in Campidoglio accorsero, nell’ assordante silenzio della intera città, soltanto qualche migliaio di fans orfani di Ignazio).

Debbo dire che non ha aiutato neanche l’indebolimento della funzione propulsiva del Commissario Orfini che dopo una fase iniziale efficace e gagliarda (almeno fino al rapporto Barca) si è perso nel politicismo e si è fatto imbrigliare dalle correnti organizzate trasformandosi anch’esso a volte in un capocorrente (l’episodio dell’accorpamento di un bel circolo come quello di Donna Olimpia, classificatosi a pieni voti nel rapporto Barca, denota che in quella occasione hanno contato vecchie ruggini che noi ex DS romani conosciamo bene e che denominerei “la disfida di Monteverde”, una disfida che ha portato, in pieno agosto, un noto esponente di quel circolo a denunciare, per vendetta, la illegittimità, a suo dire, della scelta della location della Festa dell’Unità cittadina a Pietralata nel settembre 2016. Non si finisce più!).

Altri danni ad una impalcatura ormai fradicia li hanno fatti poi una serie di subcommissari che si sono inimicati sia i buoni che i cattivi.

La ciliegina sulla torta di un PD romano senza spina dorsale l’hanno messa naturalmente anche i cosiddetti “renziani romani della prima ora”.

Non è un caso che Renzi a Roma non ha mai sfondato dentro il Partito. Solo un entusiasta come me delle politiche innovative messe in campo dal premier e dal suo governo poteva fare spallucce di fronte alla pochezza delle Bonaccorsi, dei Nobili o delle Prestipino. Per tanti però a Roma Renzi è questa roba qui. E la gestione della campagna elettorale comunale dimostra questa incapacità (anche se non avremmo vinto comunque neanche se avessimo candidato Superman e per le tante ragioni che sono venuto accumulando in questa mia disamina).

Che fare? ……..Boh!!!! (con tutti sti scienziati della politica che girano sono sicuro però che prima o poi ce lo diranno, spero più prima che poi)…….

Io credo soltanto che il futuro del PD Roma solo in minima parte si gioca a Roma.

Il consenso può riprendere solo se in Regione si continua a governare bene e si accentua la quantità di innovazione dell’azione di governo di Zingaretti ed il gruppo regionale, guidato dall’ottimo Valeriani, si stringe intorno al Presidente sostenendolo fortemente ed abbandonando i propri orticelli, se il governo nazionale supera indenne la prova del referendum e gli sarà consentito di continuare la battaglia per cambiare il paese dal punto di vista istituzionale e dal punto di vista economico-sociale oltre che dei diritti e, se come io credo sarà, il governo dei 5 stelle si rivelerà un bluff dannoso per la città con i cittadini che li rincorreranno con i forconi.

Se tutto ciò avverrà (certo i se sono tanti) ci vorrà una azione “rottamatrice” seria messa in campo da una generazione di trentenni che però non dovranno aspettare l’ok e la benedizione dei loro padri politici ma agire in autonomia conquistando il potere.

Ma questo è il futuro e per ora mi sento ancora tutto immerso in un passato non ancora metabolizzato che passa troppo lentamente.

 

Post Scriptum: a che titolo parlo?

Chi non mi conosce si chiederà a che titolo il sottoscritto parla del PD romano e delle sue vicende. Ne parlo perché conosco dal di dentro quella storia. Perché ho una storia che viene da lontano e che mi consente di conoscere tutti i protagonisti di questa vera e propria tragedia politica.

Avevo soltanto 30 anni quando, dopo anni ed anni di volontariato politico, ho fatto per un breve tempo, dal 1984 al 1988, il funzionario del PCI, giovanissimo responsabile delle periferie. E ne avevo appena 38 quando ho iniziato una lunga avventura di amministratore pubblico (tredici anni alla guida del vecchio VI Municipio di Roma), avevo 45 anni quando feci parte della segreteria romana dei DS (con Morassut e per un periodo brevissimo con Zingaretti) e ne avevo 51 quando per due anni ho guidato una importante partecipata (come si chiamano adesso) del Comune di Roma andandomene quando vinse Alemanno senza contrattare né buonuscita né altro.

E ne avevo 51 di anni quando mi proposero di diventare il segretario dei DS romani (all’epoca non c’erano le primarie, si decideva tutto nei caminetti, e chi me lo propose aveva la maggioranza del Partito con lui) ed io (facendo con il senno del poi una cazzata immane) rifiutai dicendo che a 51 anni ero troppo vecchio (sic!!!) e che bisognava affidarsi ad una nuova generazione. Avessi accettato avrei gestito il passaggio dai DS al PD e, siccome sono un pochino presuntuoso, penso che le cose sarebbero andate diversamente e molte degli episodi che racconto non sarebbero avvenuti.

Dal 2008 in poi mi sono autorottamato e non ho più chiesto per me nessun tipo di incarico (ed a nessuno naturalmente è venuto in mente di darmelo spontaneamente, la mia rinuncia aveva liberato un posto,) ho preferito aiutare compagni più giovani e sono contento che qualcuno di loro si è dimostrato più bravo di me superando il maestro.

Ho continuato a fare politica da semplice volontario, libero e partecipe.

Quindi ho titolo. O no?

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Enzo Puro

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Aggiornato al 25 feb 2017

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