Referendum trivelle: la ragione oltre l'ostacolo

Perché domenica non andrò a votare

Letto 8626
Referendum trivelle: la ragione oltre l'ostacolo

Contrario da sempre al nucleare e assoluto sostenitore delle energie pulite, uscito dal PCI nel '78 perché definito "massimalista ecologico" (!?), penso che la partita di domenica non si gioca più per proteggere il mare ma per tutt'altre ragioni che niente hanno a che fare con la difesa dell'ambiente.

Tutti gli altri quesiti sulle trivelle sono stati accolti dal governo. Lo stesso governo, questo, che per la prima volta nella storia ha finalmente introdotto nel Codice i reati contro l'ambiente e continuato ad incentivare le energie pulite. Parlare di un governo favorevole al petrolio e disinteressato all'ambiente è quanto meno contraddittorio. Le trivelle in questione producono prevalentemente gas, di gran lunga meno inquinante dell'oro nero.

Dove i nostri mari risultano danneggiati dal petrolio lo si deve semmai al traffico delle petroliere e al lavaggio dei motori delle navi.

L'inquinamento che risulta ancora tanto diffuso quanto pericoloso è invece quello causato da taluni scarichi industriali e soprattutto dalla carenza o scarsa efficienza degli impianti di depurazione. A provarlo non è chi si oppone al referendum ma Legambiente che ogni anno monitora e analizza lo stato delle acque e assegna le prestigiose bandierine blu.

L'Italia non è la Danimarca. Il passaggio completo alle energie pulite richiede ancora tempo. A differenza dei Paesi portati ad esempio dai referendari, l'Italia ha una forte e diffusa connotazione industriale che necessita di energia proprio per poter continuare a uscire da una crisi di anni e disporre così della ricchezza necessaria non solo per garantire e aumentare occupazione ma proprio per completare la sua rivoluzione ambientalista.

Troppo facile? Già, troppo facile. E allora i promotori del referendum portano come al solito l'esempio della Germania. Peccato dimentichino di dire che la Germania può più agevolmente insistere sulle rinnovabili grazie al suo sistema istituzionale, e quindi decisionale, più efficiente e meno cervellotico del nostro e che buona parte della sua ricchezza è dovuta al suo sistema energetico che si è basato e si basa tuttora anche sull'apporto di numerose centrali nucleari. E' vero che piano piano le sta dismettendo ma che queste abbiano dato il loro contributo alla crescita di quel Paese è innegabile. Piaccia o no. E siccome l'Italia ha saggiamente rinunciato al nucleare è evidente che non possiamo fare ancora a meno degli altri combustibili fossili per non aggravare il gap che ancoraci separa dal Paese di Frau Merkel.

Del resto bisogna che ci si metta d'accordo rinunciando una buona volta al gioco perverso del sì però, ma però. E cioè che non si può tirarla all'infinito con il no alle pale eoliche, ai campi fotovoltaici, ai rigassificatori, agli inceneritori e addirittura in alcuni casi persino alle centrali a biomasse.

Quando i fautori del tutto e subito si incontrano con i fautori del tutto o niente il risultato è scontato: niente. Né subito e né tantomeno dopo.

I referendari e soprattutto chi specula sul loro impegno genuino sanno benissimo che l'Italia ha superato di gran lunga gli obiettivi europei ponendosi tra le nazioni a maggior produzione di energia pulita. Proprio per questo, quindi, non bisogna ora rinunciare alle nostre scorte ma utilizzarle al meglio.

Dicono che il nostro gas e il nostro petrolio è poca roba rispetto a quello importato. Vogliamo allora rinunciare a questo piccolo "risparmio" aggravando ancora di più la bilancia dei pagamenti con l'estero? Continuiamo ad importarli dalla Russia e da zone quali Nordafrica e Medioriente che non assicurano alcun tipo di stabilità? Questi soldi risparmiati potrebbero benissimo essere investiti proprio per aumentare la produzione di energia pulita e la sua distribuzione!

Chiudiamo le trivelle e lasciamo scorrazzare per i nostri mari più petroliere di adesso, queste si vere e proprie bombe ecologiche?

Quanto alla sicurezza, ricordo il rischio concreto che si correrebbe chiudendo ora gli impianti. Che interesse avrebbero le compagnie a spendere capitali per la sicurezza sapendo che tanto dovranno smettere l'attività? Il ricordo della Tyssen Group di Torino che causò una strage proprio per i medesimi motivi ancora fa accapponare la pelle.

La questione in realtà è drammaticamente semplice: l'obiettivo non sono (più) le trivelle ma il mettere il più possibile in difficoltà e con ogni mezzo il governo attuale, abbinando di volta in volta tutto quel che capita. Si, tutto fa brodo. Ma è un brodo tossico che rischia di avvelenare un Paese che a fatica sta finalmente uscendo dalle secche.

Auguri allora. Auguri a chi prima parla di deficit della Stato e propone altri tagli di spesa e il giorno dopo dice che bisogna fregarsene e fare più investimenti; a chi indossa in fretta e per opportunismo la maglia dell'ecologista dopo aver devastato il territorio; a chi per anni e anni ha chiuso gli occhi sulla Terra dei fuochi e Bagnoli e oggi contesta chi finalmente avvia le bonifiche; a chi ha promosso le estrazioni in mare e oggi le contesta o diceche all'epoca era altrove; a chi chiede più e migliore occupazione ma si oppone alle misure che vanno in quel senso.

Ma l'augurio sincero è per i miei generosi amici ecologisti affinché continuino il loro impegno senza però lasciarsi attrarre e ingannare da chi li ha sbeffeggiati e isolati da sempre e che oggi li usano da bravi sciacalli quali sono. Compresi quelli che rimasti a quaranta anni fa salutano col pugno chiuso dalle esclusive spiagge di Capalbio o che generano insulti,volgarità e falsitàcinque stelle. A costoro chiedo se talvolta non sia meglio approvare buone leggi anche con il contributo dei verdiniani che improvvisarsi verdiperorandoassieme aleghisti e Casapound una causa priva di senso logico.

Per tutte queste ragioni domenica, per la prima volta, non andrò a votare.

Una decisione sofferta che comunque vada a finire lascerà su di me una cicatrice profonda. Qualcuno dirà che contribuirò a svilire l'istituto referendario, che bisogna votare sempre, che ci si deve schierare. Qualcun altro dirà che il governo non doveva invitare all'astensione ma a votare per il no. Legittime osservazioni.

La Costituzione riconosce di fatto il diritto all'astensione. Peccato chetra chi oggi la critica in passato non sia stato così coerente.

Sono favorevole ai referendum, compresi quelli propositivi. Purché siano chiari ed effettivamente incisivi e in grado di assicurare alternative concrete e immediate. Non è questo il caso.

Posso essere d'accordo sul fatto che il governo poteva schierarsi apertamente ma, mettiamola così, visto che ormai la cosa è fatta e che, ripeto, gli scopi ultimi sono ben altri,a pochi giorni dal voto voglio esercitare il mio diritto-dovere per impedire che il mio Paese perda un'occasione di crescita.

Immagino un grave incidente rispetto al quale i medici devono decidere se amputare subito un dito o ritrovarsi poco tempo dopo con la mano del paziente in cancrena. I medici spero vogliano perdonare questa mia incursione nel loro campo ma questo è l'esempio, certo brutale, che credo sia chiaro a sufficienza.

Buttare il cuore oltre l'ostacolo non sempre serve. In alcuni casi meglio lanciarlo che, appunto, buttarlo. Magari avendo prima imparato a prendere bene la mira. A volte, seppure con rammarico, il cuore è meglio tenerselo stretto e lanciare invece la ragione. Ci vuole coraggio anche in questo, con la consapevolezza che se davvero si vuole vincere il cuore continuerà a palpitare più forte di prima.

Letto 8626

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Fabio Lazzaroni

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Aggiornato al 25 feb 2017

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