La grande lezione dei coniugi Solesin

Se avete avuto la malaugurata idea di passare l’ultima settimana a leggere gli scontri online tra pacifisti e bellicisti, non potete non aver trovato uno stesso concetto reiterato e ripetuto fino alla nausea: “Se uno dei morti del Bataclan fosse stato tuo figlio, non staresti tanto a fare il buonista”

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La grande lezione dei coniugi Solesin

Insomma, se ti capiterà mai di rimanere vittima dell’ingiustizia più grande – la morte di un figlio – è normale che la tua reazione sarà quella di una sfrenata ricerca di vendetta attraverso l’applicazione della legge del taglione.

L’idea di base, nei forum e nei tweet, è quindi quella del dolore come sentimento totalizzante e irrazionale che fa perdere i lumi della ragione. E la convinzione è che questa sia l’unica reazione possibile, naturale e comprensibile.

I funerali di Valeria Solesin hanno dimostrato il contrario.

Esistono diversi modi di reagire al dolore: come non siamo tutti uguali nel momento in cui decidiamo di fare un figlio, quando diventiamo genitori e per tutti gli anni a seguire, così siamo diversi nella risposta al lutto più tragico e incomprensibile.

Il discorso di Alberto Solesin è forse una delle pagine più commoventi che abbiano trovato spazio in questo paese negli ultimi anni.

La potenza istituzionale rappresentata dalle sue parole e dalla presenza delle tre religioni monoteiste accanto al presidente Mattarella, ha la forza toccante e la bellezza di alcuni articoli della nostra Costituzione.

Ma, sopra ogni altra cosa, l’apice della bellezza del discorso è rappresentato dall’incrollabile sguardo rivolto al futuro, a quei giovani – come Valeria – che non si arrendono e che lavorano quotidianamente per un mondo più accogliente e più giusto.

Un discorso, quello dal palco, che in pochi minuti ha spazzato via le giustificazioni morali di chi sceglie e teorizza la violenza come unica risposta possibile, e ha dato spazio non solo ad un’altra idea di paese, ma anche ad una diversa prospettiva di genitorialità.

Saper parlare a un’intera generazione dal palco del funerale della figlia ventottenne significa infatti sentirsi parte, e padre, non solo di Valeria ma di un’intera società.

Saper chiedere ai presenti, e all’intero paese, di trovare la forza di rispondere al dolore con l’unità e la vicinanza – e non con l’odio e la violenza – significa assumere il ruolo di padre nel suo senso più alto: quello della guida, dell’albero dai rami forti e dalle radici profonde.

I coniugi Solesin, oggi, ci hanno insegnato che si può essere genitori anche in un altro modo.

Non quello animale, istintivo, iper-protettivo, aggressivo teorizzato su Facebook.

Ma quello presente, accogliente, forte e allo stesso tempo tranquillizzante.

Non sarebbe più facile, però, abbandonarsi alla furia cieca, che è istintiva, viscerale, consolatoria?

Certamente. Ma il ruolo dei genitori è anche esserci per chi rimane: per il fratello Dario, per esempio, per il fidanzato di Valeria, per gli amici e per tutti quelli che in questa ragazza si sono immedesimati.

Scegliere di non annullare tutto con la legge del taglione, ma restare in piedi per noi stessi e per chi ci circonda non cancella il dolore, ma lo allevia.

Sentirsi parte di una comunità, e non angeli vendicatori, sostiene e rassicura nel momento più buio e permette di riuscire a trovare lo spiraglio per riprendere a respirare e a vivere.

Questa è stata la grandissima lezione di civiltà, di moralità e di pedagogia della famiglia Solesin.

Grazie.

(Articolo originale apparso su wired)

118 Dati social all'8 febbraio 2016


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Vanessa Niri

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