Massimo Recalcati spiega la radice profonda dell’odio che si è coagulato contro Renzi

In un bellissimo, e per me anche commovente, articolo su Repubblica Recalcati mette a nudo l’incapacità della sinistra novecentesca di elaborare il lutto della sua fine, incapacità che si nasconde dietro l’odio pulsionale che ha scatenato contro Matteo Renzi vissuto come un usurpatore un “eterogeneo inassimilabile”

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Massimo Recalcati spiega la radice profonda dell’odio che si è coagulato contro Renzi

Massimo Recalcati vive e lavora come psicoanalista a Milano. Insegna Psicopatologia del comportamento alimentare presso l’Università degli Studi di Pavia, ed è titolare della cattedra Psicoanalisi e scienze umane presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università di Verona.

È direttore scientifico della Scuola di specializzazione in psicoterapia IRPA, Istituto di Ricerca di Psicoanalisi Applicata. Ha fondato nel 2003 Jonas Onlus, centro di clinica psicoanalitica per i nuovi sintomi. È membro analista di Alipsi, Associazione Lacaniana Italiana di Psicoanalisi e di Espace Analytique.

La sua attività scientifica si è articolata in alcune direttrici tematiche fondamentali attraverso gli studi su Jacques Lacan, gli studi sul Padre, gli studi di psicoanalisi e arte, gli studi su politica e disagio della civiltà contemporanea e gli studi di clinica psicoanalitica.

Un grande intellettuale insomma, con una storia personale di impegno a sinistra e che oggi studia e guarda con favore all’esperienza di Matteo Renzi.

Recalcati in questi giorni con un meraviglioso articolo su Repubblica si è interrogato su quale peccato avrebbe commesso Matteo Renzi per essersi attirato un odio così intenso. E si dà una risposta da par suo individuandone le ragioni in logiche arcaiche, pulsionali e viscerali e non sulla “valutazione obiettiva dei contenuti della sua azione di governo e di segretario del PD”.

Recalcati prende in considerazione soprattutto l’odio della sinistra verso Matteo Renzi e svolge una prima considerazione generale: “fa parte del suo DNA e della sua storia, anche di quella più recente, scatenare l’odio nei confronti di coloro che, dichiarandosi militanti di sinistra, osano introdurre dei cambiamenti che rischiano di minare alla base la sua identità ideologica.

L’accusa di essere un rinnegato o un traditore in questi casi scatta come la salivazione condizionata del cane di Pavlov. La storia ci offre una miriade di esempi, antichi e più recenti”.

E Recalcati si domanda se non sia un po’ sospetto e indice, come vedremo più avanti, di qualcosa di più profondo e di un lutto non elaborato nella storia più recente (gli ultimi 30 anni) della sinistra, il fatto che “ogni atto, ogni pensiero, ogni gesto politico di Renzi sia sbagliato. Che ogni sua opzione sia divenuta contraria al bene del paese ed a quella del suo stesso Partito. E che Matteo Renzi venga identificato non come la cura ma come la malattia della sinistra”.

E usando la cassetta degli attrezzi del suo mestiere, lo psicoanalista lacaniano prova a partire da una breve considerazione sulle origini del sentimento di odio. E ci dice che “l’odio investe l’altro in quanto eterogeneo e inassimilabile. Renzi per la sinistra sinistra è l’incarnazione maligna di una eterogeneità che resiste ad ogni assimilazione. Le sue origini culturali ed antropologiche sono differenti da quelle del vecchio gruppo dirigente del PCI che è migrato nel PD. Un'altra cultura, un'altra sensibilità ma anche un'altra generazione. Il fatto che questo eterogeneo inassimilabile sia divenuto, attraverso il legittimo voto delle primarie, il segretario del maggior partito della sinistra italiana non è stato vissuto come il segno di un arricchimento, di una contaminazione propulsiva, di un superamento degli steccati ideologici, ma come una vera e propria usurpazione”.

Sintomo di questo “fantasma di usurpazione” Recalcati lo individua anche nell’insistente, compulsivo, ossessivo invito ad una permanete discussione interna della linea del segretario: Una discussione che è evidente deve durare “sino a quando questa eterogeneità scandalosa sarà espulsa o ridotta ad una posizione minoritaria”.

E tutto questo odio, Recalcati lo dice con una certa durezza di linguaggio, ha la sua ragione profonda non appunto nei contenuti portati avanti da Renzi ma nella “difficoltà della vecchia sinistra di fare il lutto della sua fine storica. Più schiettamente: Renzi è colpevole di aver messo la sinistra di fronte al suo cadavere. Anziché fare il lutto della sua identità ideologica essa preferisce – come spesso accade – imputare all’eterogeneo la colpa della sua morte (già avvenuta)”.

E in un'altra intervista all’Unità aveva detto che in Italia “I figli anziché ereditare il testimone dai padri sono osteggiati dai padri. Accade anche a destra con Berlusconi e Grillo. I figli non allineati coi loro padri-padroni vengono sistematicamente espulsi. Ogni scissione, quando sono in gioco diverse generazioni, viene al posto di un lutto mancato: si invoca lo spettro della scissione invece di saper tramontare”

Quindi la sinistra è finita per come l’abbiamo conosciuta ormai da tanti anni e Renzi ci ha messo di fronte a questa verità, e colpa della sinistra in tutti questi anni è stata quella di far finta di niente, far erodere le proprie parole d’ordine, il proprio paradigma senza accorgersi che si stava consumando giorno dopo giorno ed ha avuto la colpa di non aver avviato una elaborazione del lutto all’altezza di quella che è stata la grande storia di quella sinistra.

Per questo, dice Recalcati, l’odio che investe Matteo Renzi è un odio arcaico, pulsionale, viscerale, un odio che vorrebbe coprire la fine di una concezione del mondo che ha nutrito l’interpretazione della storia per tutto il novecento: la lotta di classe, una concezione etica dello Stato, l’identificazione del liberalismo e dei suoi principi come Male, la gerarchia immobile del Partito, la prevalenza della Causa universale sulle relazioni di cura particolari, una differenziazione paranoide del mondo in forze del Bene e forze del Male, l’inclinazione populistica ed incestuosa della democrazia diretta, la riduzione delle politiche sociali ad un maternage assistenzialistico, il sospetto verso le manifestazioni della singolarità in tutte le sue forme, una paternalistica insopportabile che cancella le nuove generazioni.

La morte irreversibile di questo paradigma imporrebbe un lavoro del lutto estremamente impegnativo. Molto più facile allora imputare al carattere spurio, meticcio, eterogeneo, sciamanico di Matteo Renzi la crisi del PD e della sinistra in generale che affrontare questo immane e, in realtà inaggirabile compito”.

Trovo questo ultimo pezzo del suo articolo su Repubblica di una fortissima intensità emotiva, un lampo che rischiara le nubi e ci dice con una chiarezza mai letta prima che un mondo, un vecchio mondo è finito. Ma Recalcati ci fa capire anche, come avrebbe detto Alain Touraine, che quella fine di un mondo non è certo la fine del mondo e che la fine di quella sinistra non è certo la fine della sinistra.

E chiudo con le parole che Recalcati usò tanti mesi fa in una altrettanto bella intervista sulla Unità quando rispondendo alla domanda del giornalista che gli chiedeva se Renzi ha sbagliato tutto o è diventato il capro espiatorio di un’Italia che non funziona da trent’anni, rispondeva così:

«Renzi è stato un vento vitale in un campo di morti. Ha radunato speranze di cambiamento che hanno attraversato non solo il Pd ma l’intero Paese. È l’unico senso che ho attribuito alla fantomatica e stramba idea del Partito della Nazione che non è mai esistito. Ha messo in moto energie, progetti riformisti, ha ridato alla politica dignità senza lasciare il campo all’antipolitica di Grillo. È dovuto partire col piede sbagliato – la rottamazione – perché si è confrontato con un muro che non aveva intenzione di consentire il giusto avvicendamento generazionale. Ha commesso errori che gli sono costati cari. Ma Renzi resta il vero nemico di tutte le forze conservatrici e populiste perché incarna autenticamente questa speranza.

L’ex premier resta la sola possibilità per arginare l’ondata reazionaria che attraversa il nostro tempo. La sua determinazione, il coraggio, il ritmo del suo passo lo rendono ancora ai miei occhi il figlio giusto. Deve però scegliere meglio chi ascoltare: la vera lealtà non esclude la critica».

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Enzo Puro

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Aggiornato al 25 feb 2017

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