Scoop di Manrico.social: le confessioni di un dalemiano pentito che ha deciso di collaborare

Enzo Puro confessa i suoi crimini e ammette di essere stato un seguace di D’Alema. Si dichiara pronto a collaborare con la giustizia storica e ricorda, da testimone privilegiato, la storia degli ultimi decenni. La defenestrazione di Occhetto e Prodi. La guerra storica a Veltroni. Attraverso la confessione piena di Enzo Puro emerge la criminologia politica dei dalemiani.

Letto 15469
Scoop di Manrico.social: le confessioni di un dalemiano pentito che ha deciso di collaborare

Illustri compagni

Ho deciso di vuotare il sacco. La mia coscienza non riesce più a tenere il silenzio. Ho deciso di collaborare con la giustizia storica.

Di fronte a mia figlia non posso più sopportare l’onta di essere stato un appartenente al gruppo degli adoratori di D’Alema e dei suoi seguaci senza se e senza ma.

Ho perpetrato questo reato storico per lunghi anni, a grandi linee possiamo dire dal 1975      agli ultimi anni del millennio.

Sono stato un soldato ubbidiente e combattivo ed ho reclutato al crimine politico molte altre persone.

Iniziai giovanissimo, nella prima metà degli anni 70, i tempi della FGCI quando D’Alema era il mio segretario voluto ed imposto da Berlinguer (e noi ragazzetti eravamo innamorati di Berlinguer e quell’indicazione ci legò subito al baffetto algido e respingente, lo era già allora).

Fummo in seguito dalemiani compiendo crimini politici contro Occhetto. Fummo noi che a Rimini, al primo congresso fondativo del PDS dopo la scissione di rifondazione che uscì pateticamente dal congresso al canto di bandiera rossa, facemmo mancare i voti per la elezione di Achille Occhetto che non raggiunse la prima volta il quorum.

Negli anni successivi il nostro bersaglio preferito fu Valter Veltroni che chiamavamo formaggino rimproverandogli una certa mollezza (quando poi ho collaborato con Valter capii che eravamo in presenza di un vero formaggio di fossa, altro che formaggino, un politico forte, deciso, capace e soprattutto umano).

Nelle sezioni e nei congressi combattevamo reclutando persone contro l’idea del Partito liquido (che imputavamo a Veltroni) e contro l’idea (coltivata già allora da Veltroni) della costruzione in Italia di un vero Partito Democratico.

E boicottammo come meglio abbiamo potuto l’Ulivo perché avevamo capito che era il cavallo di troia per la Costituzione del Partito Democratico sognato da Veltroni.

Quando ci furono le consultazioni di qualche decina di migliaia di membri dei comitati federali per scegliere tra D’Alema e Veltroni alla segreteria del PDS lavorammo pancia a terra per far vincere D’Alema. Non ci riuscimmo perché la maggioranza dei consultati aveva scelto Valter (ed io, consultato da Carlo Leoni, segretario della mia Federazione, commisi il crimine di scegliere Massimo).

Festeggiammo e brindammo al colpo di Stato compiuto dai maggiorenti del PDS (quelli della Ditta, gli stessi che oggi, invecchiati ed imbolsiti stanno tentando di fare le scarpe a Matteo Renzi) che nell’organismo deputato a scegliere il segretario ribaltarono il risultato della consultazione e scelsero come segretario Massimo D’Alema.

Confesso di fronte a voi che in quegli anni ci emozionavamo fino ad avere le lacrime agli occhi ai discorsi del leader maximo. Accorrevamo ai suoi comizi ed alla fine ci scambiavamo adoranti le opinioni sussurrandoci complici “è il migliore” “che finezza di analisi” “altro che Veltroni” “un pensiero profondo” e non ci accorgevamo che la forza espansiva ed egemonica del PDS e poi dei Ds erano ormai ridotte al lumicino.

Mentre noi ci stringevamo attorno a baffetto il popolo italiano andava da un’altra parte e gli operai del Nord, i disoccupati e le casalinghe di Voghera votavano per Berlusconi e Bossi.

Il crimine maggiore che ho commesso, non da solo ma in associazione con tanti altri di cui se me lo chiedete posso pure fare i nomi, è stato quello di non accorgersi che tutto intorno cambiava mentre noi ci legavamo alle parole razionali e vuote, piene però di retorica, di D’Alema.

E facemmo la guerra a Prodi senza quartiere. Per noi dalemiani Prodi era un nemico e confesso che lo abbiamo combattuto in ogni modo agli ordini dei colonnelli dalemiani che facevano rispettare la linea nei territori.

Confesso che abbiamo fatto di tutto perché l’Ulivo non attecchisse ed abbiamo gioito quando D’Alema prese il posto di Prodi con l’appoggio di quel galantuomo di Cossiga.

Ci vantavamo dei patti della spigola (con Buttiglione in Puglia) e della crostata (a casa Letta con Berlusconi) facendoci tra di noi occhiate ammirate della sapienza tattica di baffino.

Passavamo da sconfitta in sconfitta, trasformando le poche vittorie in immediate sconfitte ma la fede in Massimo il migliore restava intatta e nei circoli non usavamo mezze misure per vincere congressi.

Il dubbio mi cominciò a venire quando a Roma candidammo D’Alema capolista e lui non volle sui suoi manifesti col faccione il simbolo della quercia, cominciai a dubitare della sua personalità e a vedere ciò che finora non avevo mai visto e cioè il suo smisurato egotismo. Ma ancora pensavo fosse il migliore.

Il disincanto nei confronti di massimetto avvenne quando conobbi meglio Veltroni, il suo alter ego, l’uomo che tra le pattuglie dalemiane era considerato l’uomo nero della sinistra, Valter l’Americano. Ci collaborai come amministratore e feci una grande scoperta. Lo avevo lasciato tanti anni prima ai tempi della FGCI (quando in una Direzione romana dei giovani comunisti lo facemmo fuori da segretario, non so quanto abbia contato D’Alema in quell’episodio ma i membri di quella direzione erano in maggioranza dalemiani) e lo ritrovavo Sindaco, bravo, appassionato, competente e come ho già detto dotato di una grande umanità. Un Sindaco che ancora i romani rimpiangono e un uomo politico di grande spessore culturale e dallo sguardo lungo.

E soffrì molto quando i bersaniandalemiani fecero di tutto nel 2010 (usando gli stessi metodi che oggi stanno usando contro Matteo Renzi) per farlo dimettere da segretario del PD. Io mi era già allontanato da tempo da D’Alema e vissi con dolore le dimissioni di Valter.

Commisi il crimine, per spirito unitario e per dabbenaggine, di credere che Bersani avrebbe potuto portare il Partito alla vittoria e, avendo dentro di me incistato i principi del centralismo democratico, lo appoggiai. Mal me ne incolse e questo è sicuramente l’ultimo capo di accusa che confermo corrisponde al vero.

Sono anni comunque che i discorsi di D’Alema non mi emozionano più, anzi ho ben chiara davanti a me la miseria umana di questo leader a seguito del quale ho consumato gran parte della mia giovinezza.

Alla luce di quanto confessato non chiedo l’assoluzione. I fatti li ho commessi e mi metto a disposizione, collaborando, come persona che è stata dentro quella storia, alla ricostruzione storica degli ultimi 30 anni.

E chiudo citando un articolo di un vecchio giornalista italiano, il saggio Giuseppe Turani che in questi giorni sul suo blog ha scritto: “Non credo che esista su questa terra uno psichiatra abbastanza strambo da riuscire a fare luce sulla testa e la logica di D’Alema: non possiamo andare a votare a giugno perché siamo seduti su una polveriera, guardate lo spread che impennata ha avuto.

Cioè, io riempio la mia cantina di dinamite e poi mi metto a gridare: tutti in strada, la casa può saltare?

Non poteva pensarci quando ha votato per affossare il referendum? Allora che l’Italia fosse su una polveriera non gli importava: la cosa che più gli premeva era far perdere Renzi e sloggiarlo da palazzo Chigi. La cosa decisiva, detta in chiaro, era impedire il rinnovamento dell’Italia e lasciarla nel suo stato di paese in bilico.

Non siamo andati in bilico dopo il 4 dicembre. Lo siamo da vent’anni. Vent’anni nei quali D’Alema, come molti altri, ha fatto serenamente politica, discutendo del più e del meno. Non ha mai lanciato le grida allarmate di oggi. Scopre improvvisamente l’8 febbraio che la patria è in pericolo.

Pericolo dal quale ci possiamo salvare non andando a votare e apprestandoci a consegnare a lui e ai suoi amici il Pd. E sì, perché la colpa della polveriera è di Renzi, che faceva il boy scout mentre lui e i suoi amici ammucchiavano le casse di dinamite in cantina.

Il modo per disinnescare la polveriera, secondo questa mente lucidissima, è bloccare (come ha fatto) il processo di cambiamento e impelagare il paese in un ritorno alla politica consociativa che lo ha ridotto appunto in questo stato.

Ripeto, non credo che esista uno psichiatra così bravo da riportare questa mente a un uso corretto della logica elementare.

C’è la vecchia battuta di Einstein: è follia fare sempre la stessa cosa e aspettarsi un risultato diverso. Qui addirittura lo si fa con vent’anni di ritardo”.

Letto 15469

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Enzo Puro

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Aggiornato al 25 feb 2017

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