Tsipras, dal bluff al tavolo di poker, al gioco delle tre carte

Difficile tentare il bluff avendo in mano una coppia di sette, e sapendo benissimo che allo stesso tavolo, almeno uno degli altri giocatori, ha una scala reale servita

Letto 1917
Tsipras, dal bluff al tavolo di poker, al gioco delle tre carte

Nell’assenza del governatore don Gonzalo Fernandez de Cordova, che comandava l’assedio di Casale del Monferrato, faceva le sue veci in Milano il gran cancelliere Antonio Ferrer, pure spagnolo. Costui vide, e chi non l’avrebbe veduto? che l’essere il pane a un prezzo giusto, è per sé una cosa molto desiderabile; e pensò, e qui fu lo sbaglio, che un suo ordine potesse bastare a produrla. Fissò la meta (così chiamano qui la tariffa in materia di commestibili), fissò la meta del pane al prezzo che sarebbe stato il giusto, se il grano si fosse comunemente venduto trentatre lire il moggio: e si vendeva fino a ottanta. Fece come una donna stata giovine, che pensasse di ringiovinire, alterando la sua fede di battesimo (Alessandro Manzoni, I promessi sposi, 1840).

Il grande letterato Alessandro Manzoni, nell’opera conosciuta in tutto il mondo e su cui hanno sudato milioni di studenti e non solo in Italia, tratta il gran cancelliere Antonio Ferrer come un demagogo, acclamato dal popolo per aver dimezzato il prezzo del pane con effetti immediati positivi (tutti avevano il pane), ma con effetti a lungo termine disastrosi, dal momento che la farina scarseggiò sempre di più finché i popolani affamati assaltarono un forno. Sia il personaggio, sia l’episodio così ben descritti, non sono invenzioni letterarie.

Si potrebbe rispondere così ai tanti che, proprio in questi giorni incandescenti per la consultazione referendaria greca, si arrampicano sugli specchi storico-filosofici per giustificare il comportamento del Premier greco Alexis Tsipras, e per dimostrare che ci troviamo di fronte ad una grande prova di democrazia diretta contro la dittatura vuoi della perfida Germania, vuoi della famigerata Troika, vuoi del crudele FMI.

I più scellerati arrivano ad insultare l’intero popolo tedesco, reo di essere un popolo di barbari di fronte la grandezza della democrazia greca, con affermazioni che denotano scarsa dimestichezza con i libri di storia e di filosofia. Consiglio a tutti loro non di studiare, ma proprio per comprendere qualcosa in più, senza affaticare oltremodo le brillanti menti che partoriscono simili concetti, di gustarsi l’esilarante gag del gruppo satirico inglese Monty Python sulla finale dei mondiali di calcio Germania contro la Grecia. Formazione tedesca: Leibniz, Kant, Hegel, Schopenauer, Schelling, Beckenbauer (una vera sorpresa), Jaspers, Schlegel, Wittgenstein, Nietsche, Heidegger. Formazione greca: Plato, Epiktet, Aristoteles, Sophokles, Empedokles von Acraga, Plotin, Epikur, Heraklit, Demokrit, Sokrates, Archimedes.

La cultura greca non è superiore a quella tedesca. Né viceversa. Gli europei, tutti, sono figli della loro storia. Una storia fatta dai filosofi greci, dagli storici romani, dai navigatori fenici che toccarono le nostre coste, dal pensiero monastico medievale, dal Rinascimento fiorentino, dalla Rivoluzione francese, dalla rivoluzione industriale inglese, dal Romanticismo tedesco, dalle guerre di indipendenza americane, dal Risorgimento italiano, dalle battaglie delle suffragette londinesi, dalla rivoluzione russa, dalla guerra di Resistenza.

E, del resto, furono gli stessi storici e filosofi della Grecia antica, ad educare e ad insegnare che vi è una netta differenza tra la democrazia, governo del popolo, e la demagogia, ovvero il comportamento di quel “politico” che attraverso false promesse vicine ai desideri del popolo, mira unicamente d accaparrarsi il suo favore. Tucidide (storico e militare ateniese, nato nel 460 a.C.) definiva "demagoghi" quei concittadini che, in seguito alla morte per peste di Pericle nel 429 a.C., cercavano di prendere il suo posto, ingannando e seducendo l'assemblea popolare ateniese, tramite false promesse ed istigazione contro gli avversari politici. E fu Platone, nel Politico e nelle Leggi, a dare la prima e migliore definizione di demagogia: forma di governo corrotta che deriva dalla democrazia, forma virtuosa del governo di molti.

Ma attenzione, il confine tra democrazia e demagogia è molto labile ed è facile passare dalla virtù della prima, ai vizi della seconda.

Personalmente, preferisco non scomodare i classici greci per definire Alexis Tsipras. Credo più calzante l’immagine, molto meno poetica, del maldestro giocatore di poker che tenta di bluffare avendo in mano una coppia di sette, e sapendo benissimo che allo stesso tavolo, almeno uno degli altri giocatori, ha una scala reale servita. Pessimo gioco e sconfitta scontata. Peccato che sul tavolo di poker la posta è il futuro del popolo greco.

Il referendum, così come è proposto, infatti, è un azzardo o, se preferite, una pura esercitazione di stile, su un testo non solo banale, ma sostanzialmente inesistente. I greci, infatti, potranno scrivere qualsiasi cosa sulla scheda, sicuramente non voteranno su una trattativa conclusa e dalle clausole chiare e ben descritte. Tsipras ne è consapevole e in questi giorni, dopo aver abbandonato il tavolo di poker, è passato al trucchetto truffaldino delle tre carte, e si spende e spande in tutti i modi affermando che da lunedì riprenderanno le trattative. Già, ma quale trattativa e su quale bozza di accordo? E come reagiranno i mercati? Quale investitore internazionale porterà un centesimo in Grecia? Quali fornitore continuerà a spedire beni e manufatti sapendo che il conto non verrà saldato? Quale capo di stato o rappresentante istituzionale sarà disposto a sedersi al tavolo con un uomini di governo inaffidabili e incompetenti?

Comunque la si pensi, e fermo restando tutta la simpatia e la solidarietà per il popolo greco, al momento le uniche certezze sono: se vincono i SI Tsipras constata di non avere più la fiducia dei greci e i voti per governare e si dimette. A quel punto si aprirebbero due strade, o tornano alle urne o si crea un governo di unità nazionale, disposto ad accettare il peggio del peggio pur di rimpinguare le esauste casse dello Stato. Se prevalgono i NO si andrebbe verso la definitiva chiusura dei negoziati. Scatterebbe così il default della Grecia perché cesserebbero i finanziamenti e quel credito di emergenza (Ela) che in questi mesi ha tenuto in piedi il Paese. Mentre Tsipras rimarrebbe senza più un solo interlocutore internazionale disposto a dargli credito e magari si assisterebbe al paradosso di un uomo che si gloria di aver tenuto la “schiena dritta” contro la democratica Germania, per poi mettersi a 90° con lo zar Putin e il regime comunista cinese.

In un caso, come nell’altro, l’unico perdente sarà proprio Alexis Tsipras che, in campagna elettorale, ha promesso al popolo greco l’impossibile, e anche l’indecente, e poi ha preteso di realizzare le famose nozze, dove lui metteva i fichi secchi, e gli altri stati europei dovevano portare dolci prelibati, confetti e champagne, facendoli pagare ai propri cittadini.

Dall’inizio del suo mandato il mantra del duo Tsipras/Varoufakis, già improbabile e commissariato Ministro delle Finanza, è stato “prendiamo altri soldi, non facciamo le riforme strutturali di cui necessità il Paese per rimettersi in careggiata, riattiviamo la politica clientelare riassumendo funzionari e ceto impiegatizio parassitario, mettiamo altri soldi nelle baby-pensioni, che già rappresentano il 18% dei Pil, quando si fermano al 13% nella zona euro e al 9% nella media dei Paesi sviluppati. E tutti gli altri ci devono dare ragione perché siamo stati eletti dal popolo sovrano”. Peccato che tutti gli altri gli hanno dato torto e usando la stessa argomentazione: anche noi siamo stati eletti dal popolo sovrano e dal momento che non vogliamo pagare pegno con i nostri elettori, per accontentare i vostri, pensiamo che così tante ragioni non le avete.

E’ inutile girarci attorno, tutti hanno sbagliato nella gestione della vicenda greca che, ormai, si trascina da oltre cinque anni. Sbaglia la Germania e i Paesi nordeuropei a pretendere una politica di rigorismo assoluto, ha sbagliato il FMI, sbagliano Spagna e Portogallo, Francia e Italia, queste ultime, tra l’altro, che si sono spese più di ogni altro Paese per mantenere la Grecia al tavolo delle trattative e trovare un accordo. Ma chi ha sbagliato più di tutti sono stati i governi greci precedenti (tutti eletti dal popolo sovrano) e attuale che, con la mossa tipica del demagogo, ha usato la paura e le difficoltà economiche dei greci per farsi eleggere e, alla prima occasione, quando ha dovuto dimostrare le proprie capacità, non ha perso l’occasione per riversare su quello stesso popolo disperato e allo strenuo, che aveva irretito e lusingato, tutto il peso della scelta.

Nell’incertezza generale, azzardo un’ipotesi, da lunedì la Grecia tenterà di cavarsela archiviando senza rimpianti Tsipras, lo ha capito pure lui. Ed anche l’Europa dovrà riprendere quel dialogo troppo spesso interrotto per provare a costruire un diverso spazio di benessere sociale, legalità, sicurezza, facendo meno attenzione ai rigori dei conti pubblici e mostrandosi più sensibile alla sofferenza delle persone in carne ed ossa, compreso il popolo migrante e in fuga da miserie e guerre. Ed anche questo lo hanno capito tutti, perfino la Merkel.

«Fecero tutto il contrario e per ambizione e ¬vantaggi personali decisero – con svantaggio proprio e dei loro alleati – imprese che sembravano estranee alla guerra e che, se fossero riuscite, avrebbero portato gloria e vantaggi soprattutto ai privati cittadini, mentre, se fossero fallite, si sarebbero rivelate un danno per la città, considerando le esigenze della guerra».

Leggete Tucidide. Ha ancora molto da insegnare.

063 Dati social all'8 febbraio 2016


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Bianca La Rocca

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Aggiornato al 25 feb 2017

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