Una nuova terza via

Daniele Fichera prova ad argomentare perché la vera minaccia non è l’antipolitica, ma la postpolitica che ad essa seguirà

Letto 1151
Una nuova terza via

Viviamo un periodo complicato. La combinazione degli effetti della deregolazione finanziaria, globalizzazione produttiva e macromovimenti migratori ha determinato un significativo peggioramento del tenore e della qualità della vita percepiti, attualmente e in prospettiva, da gran parte dei cittadini dei paesi dell’Europa del benessere. I ceti politici dirigenti delle grandi famiglie politiche europee, socialdemocratici e popolari, non sono apparsi in grado di fronteggiare i fenomeni che determinano il malcontento, e forse nemmeno di comprenderli fino in fondo. 

Il peggioramento delle condizioni e delle aspettative unito al giudizio di inadeguatezza (è un eufemismo) sul ceto politico ha fatto si che la insoddisfazione abbia superato il livello fisiologico e si sia attivata la spirale dell’antipolitica perfettamente descritta dal politologo conservatore americano David Brooks :“The antipolitics people elect legislators who have no political skills or experience. That incompetence leads to dysfunctional government, which leads to more disgust with government, which leads to a demand for even more outsiders.” (Il popolo dell’antipolitica elegge i legislatori che non hanno competenza o esperienza politica. Questa incompetenza porta ad un governo disfunzionale, che conduce a più disgusto per il governo, che porta ad una domanda di ancora più estranei.)

Provate ad applicare questa interpretazione al percorso che porta da Veltroni ad Alemanno a Marino e, infine, alla Raggi e vedete se vi torna.

Il problema è che le reazioni di tipo populista, di destra (Farage, Le Pen, Grillo, Hofer) o di sinistra (Varoufakis, Iglesias) che siano, hanno successo nel catalizzare politicamente l’insoddisfazione ma sono destinate al fallimento quando “vincono”, non essendo in grado di dare effettivo seguito alle loro risposte semplicistiche e semplificatorie.

Per questo l’esito finale della spirale dell’antipolitica è, anche secondo qualcuno più autorevole di me, il passaggio alla postpolitica, cioè lo svuotamento dei poteri decisionali delle istituzioni democratiche a vantaggio di reti di centri di potere ad esse esterne. Si tratta di realtà complesse, controllate (non nelle forme rigide o codificate descritte dalle rappresentazioni caricaturali, ma attraverso processi sostanziali articolati e differenziati) da élite (finanziarie, mediatiche, professionali, istituzionali, etc.) portatrici di propri interessi (peraltro non necessariamente omogenei).

Queste dinamiche non valgono solo a livello macro ma anche nel micro. Spero di sbagliarmi ma temo che l’esito finale della presa di Roma da parte del “credo militante” a cinquestelle sarà, dopo una stagione di gran fracasso su battaglie moralistiche di superficie, la riconsegna del potere politico reale nelle mani di chi già possiede quello economico e relazionale.

Da qui la paventata prospettiva dell’“autoritarismo dolce”, dove le nostre libertà individuali di pensiero e di comportamento saranno garantite ed anzi forse ampliate (soprattutto se generano spazi di mercato).

Non sarà, invece, più effettivamente praticabile la possibilità di scegliere attraverso le istituzioni rappresentative, ad ogni livello, le forme di organizzazione della società, dei servizi e del territorio e i criteri di redistribuzione del reddito e delle opportunità.

Su tali questioni le scelte importanti saranno obbligate, o meglio saranno assunte altrove nei luoghi dove si definiranno gli equilibri di interesse tra le varie componenti delle élite. Se saremo fortunati saranno scelte che genereranno crescita e benessere diffusi se saremo sfortunati no, dal punto di vista delle élite non è fondamentale (emblematicamente le oligarchie finanziarie possono guadagnare sia dalla crescita sia dai crolli di borsa).

In questo scenario la tradizionale sinistra riformista europea, cresciuta e strutturata nell’epoca del welfare, è destinata a sparire, dividendosi in due spezzoni destinati entrambi a svolgere un ruolo secondario nelle nuove polarità politiche in formazione. Da una parte un polo postpolitico, “di sistema” globalista (favorevole alla libera circolazione di merci, persone e soprattutto capitali), tendenzialmente liberale, e apparentemente democratico e moderato ma soprattutto vicino all’establishment, dall’altra un polo antipolitico, “alternativo” prevalentemente isolazionista, con attitudini populiste ed estremiste e non privo di venature autoritarie. Anche se nel breve periodo sono possibili casi in cui in cui l’una o l’altra polarità possano essere guidate da forze ed esponenti “di sinistra”, nel medio periodo si affermeranno inevitabilmente altre leadership (liberalconservatrici in un caso, nazionalpopuliste nell’altro).

Una “terza via” esiste ma è molto difficilmente praticabile. Essa richiederebbe la ricostruzione di una sinistra riformista effettivamente di livello continentale (l’unico al quale possono essere davvero affrontati i nodi strutturali che abbiamo davanti) che faccia della regolazione antispeculativa dei mercati finanziari, della tutela dei diritti dei lavoratori come vincolo all’apertura degli scambi commerciali e della integrazione dei flussi migratori “condizionata” alla accettazione delle regole di convivenza consolidate i capisaldi non negoziabili della propria identità politica. In pratica una forza politica europea che abbia sufficiente passione per far proprie le domande che vengono dall’antipolitica e sufficiente ragione per offrire ad esse risposte dello stesso livello della postpolitica.

Ovviamente a questi capisaldi identitari si aggiunge quello della tutela e dell’allargamento delle libertà di pensiero e di comportamento individuali che fortunatamente la sinistra riformista non ha mai abbandonato. Una siffatta nuova sinistra europea potrebbe tornare ad assumere la rappresentanza dei suoi tradizionali corpi sociali di riferimento e aprirsi all’alleanza con forze liberali in grado di rappresentare l’universo della imprese produttrici di beni e servizi. (Sono abbastanza consapevole del carattere semplificato e schematico delle asserzioni riassunte negli ultimi passaggi ma spero che il senso sia chiaro).

In questa prospettiva le polemiche che attualmente dilaniano il maggior partito della sinistra italiana mi appaiono tragicamente irrilevanti. Frutto nel peggiore dei casi di posizionamenti opportunistici di vertici alla spasmodica ricerca di pretesti per giustificare la sopravvivenza ai propri fallimenti, e nel migliore del sincero riprodursi tra i quadri intermedi di schematismi culturalmente desueti e politicamente inutili. L’unica (e forse l’ultima) leadership disponibile del centrosinistra italiano andrebbe incalzata a viso aperto per ottenerne un chiaro posizionamento sulle questioni sostanziali (regolazione finanziaria, tutela dell’apparato produttivo, integrazione condizionata dei migranti, allargamento delle libertà individuali) e non logorata con battaglie di retroguardia e delegittimazioni strumentali.

Su questo posizionamento la leadership dovrebbe ricostruire il rapporto con i corpi intermedi (organizzazioni sindacali, delle PMI e professionali, enti locali e strutture funzionali pubbliche) chiedendo loro una chiara scelta di modernizzazione e rinuncia alla difesa corporativa. Abbandonando la pretesa di poterli ignorare a vantaggio della combinazione di decisionismo di vertice e comunicazione diretta rivelatasi inefficace.

Poiché non mi pare siano alle viste simili evoluzioni né della attuale minoranza del PD né della sua leadership maggioritaria non resta che battersi per un sistema politico elettorale che consenta l’articolazione dello schieramento di centrosinistra in più soggetti politici, al fine di poter far vivere anche le posizioni di chi non si riconosce nelle attuali dinamiche interne del partito maggiore.

Essendo arrivato, in tredici passaggi e meno di 1.100 parole, dalla globalizzazione al premio di coalizione per oggi posso ritenermi soddisfatto.

Letto 1151

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Daniele Fichera

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Aggiornato al 25 feb 2017

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