Crisi del sindacato o di questo sindacato?

Oramai stanno venendo a galla i limiti dell'attuale sistema sindacale e la sua enorme distanza dagli interessi dei cittadini

Letto 1992
Crisi del sindacato o di questo sindacato?

Questo agosto abbiamo letto sugli organi di stampa le dichiarazioni di Renzi “Sindacati in crisi. Oggi più tessere che idee”. Gli ha fatto eco la ministra Boschi la quale pochi giorni ha affermato che “i sindacati hanno contribuito a bloccare il Paese”.

Con queste affermazioni l'attuale Governo fa capire che si è sciolto il pactum sceleris con il quale politica e sindacati, per trent'anni, si sono reciprocamente avvantaggiati a spese dei diritti dei lavoratori. Questo scambio è stato così sintetizzato dal sindacalista Giorgio Cremaschi “I grandi sindacati accettavano la riduzione dei diritti e del salario dei propri rappresentanti e in cambio venivano riconosciuti ed istituzionalizzati. Partecipavano a fondi pensione, a quelli sanitari, agli enti bilaterali... insomma crescevano mentre i lavoratori tornavano indietro su tutto”.

Questo non significa che i diritti dei lavoratori oggi siano più tutelati, ma solo che il Governo ne dispone senza l'intermediazione autoreferenziale dei grandi sindacati. Anche perché i sindacati, dopo trent'anni di “istituzionalizzazione”, sono diventati ricattabili dalla politica.

Qualsiasi loro intervento critico potrebbe mettere in crisi i privilegi nel frattempo acquisiti, come le pensioni sindacali d'oro (vedi articolo Il sindacalista con la pensione d’oro e il giovane disoccupato), gli stipendi d'oro dei dirigenti, le poltrone negli enti previdenziali e bilaterali, il rinnovo automatico dell'iscrizione sindacale contro ogni regola di tutela del contraente debole, una contabilità semplificata non controllata da soggetti esterni e potremmo continuare.

Per questo i sindacati non reagiscono in modo credibile alle bordate del Governo, si limitano a proteste formali, a indire una manifestazione, uno sciopero di categoria, a formulare uno sdegnato comunicato stampa, ma sanno già che non devono tendere troppo la corda. Altrimenti il loro sistema interno di privilegi potrebbe saltare.

E infatti al loro interno non c'è un vero ricambio generazionale. Una poltrona sindacale è per sempre, ci verrebbe da dire.

Un esempio eclatante della degenerazione dei grandi sindacati in questo Paese ci viene offerta dalla vicenda del blocco del rinnovo dei contratto del pubblico impiego. In sei anni nei quali a ogni lavoratore pubblico sono stati tolti in media circa 3000 euro di adeguamento stipendiale, i sindacati hanno posto in campo il solito armamentario scenografico (manifestazione, sciopero di categoria, comunicato sdegnato), salvo poi accettare supinamente la decisione governativa.

Cosa avrebbero potuto fare di fronte a questa insopportabile e incostituzionale compressione dei diritti dei lavoratori? Si sarebbero potuti dimettere per protesta, in blocco, dalle poltrone nei fondi pensione e sanitari, dagli enti previdenziali, da quelli bilaterali, e i sindacalisti eletti in Parlamento (e sono molti) avrebbero potuto dare le dimissioni.

Questo avrebbe veramente ridato dignità e credibilità al sindacato.

Oggi, invece, di fronte alla sentenza della Corte costituzionale che obbliga al rinnovo di quel contratto i sindacati si sono accorti di aver dormito per sei anni e fanno la voce grossa, quando ormai il Governo è obbligato dalla Consulta (e non da loro) a intervenire.

Lontani sono i tempi in cui Giuseppe di Vittorio si rammaricava che gli agrari non capivano perché un sindacalista “si batte e lotta e va incontro a gravi pericoli per il bene di tutti”. Oggi noi lo capiremmo, se solo si tornasse a fare sindacato come si faceva a quei tempi.

085Dati social all'8 febbraio 2016


Letto 1992

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Sandra Pagani

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Aggiornato al 25 feb 2017

 

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