Bauman, Di Battista e Renzi

Usando gli strumenti di analisi forniti dal genio della sociologia è facile capire perché il M5stelle abbia tanta fortuna fra i giovani, mentre Renzi fa fatica a conquistarli

Letto 11232
Bauman, Di Battista e Renzi

Un locale di Milano. Un giovane affascinato da Di Battista. Mi propina una delle tante ridicole bufale sul referendum costituzionale. Gliela smonto con poche battute. Fronteggia lo scorno replicandomi: “Ti piacerebbe trombare come il Dibba, eh?”

Le risate sfrenate m'impediscono di ribattere. A che pro, poi?

Ha 26 anni, una laurea, una buona occupazione, nessun deficit intellettivo. È nato dieci anni dopo il crollo del muro di Berlino. Non ha alcun legame con le vecchie categorie politiche, di cui ignora i fondamenti stessi. È una cellula di quella massa caotica, irrelata e sgrammaticata che, come spiega Bauman, ha sostituito la società ordinata secondo logiche che facevano capo alla divisione in classi, alla famiglia tradizionale, alla dicotomia contesto urbano-rurale, alle correnti politiche attive da secoli. Chi è nato prima del crollo del muro, però, conserva un legame con quelle correnti, per quanto molto elastico o blando sia, e riesce a collocarsi dentro una di esse. I cosiddetti millenials non hanno più neppure questa possibilità. È qui l'inghippo sfruttato con estrema abilità dai grillini.

Sinceramente io mi riconosco in quel ragazzo. Le ragioni che lo spingono al culto imbecille di Di Battista sono le stesse che coltivavo io alla sua età: un certo individualismo anarcoide, una sincera ansia di giustizia sociale, un progressismo libertario che riuscisse nel miracolo di coniugare un vago edonismo con un egualitarismo basico. Al contrario di lui, però, io ero consapevole della mia identità politica: delle idee che mi guidavano (con una certa 'benefica' contraddittorietà) e soprattutto della loro collocazione politica. Quel ragazzo non sa nemmeno articolarle: non ha contezza della sua stessa identità (che ciò nonostante è abbastanza delineata), figuriamoci se può dargli la giusta collocazione politica.

Per questo deriderlo, come facciamo noi piddini passando pure per snob, è controproducente, anzi autolesionista. La nostra derisione non gli chiarirà le idee, non gli mostrerà che “Di Battista” è una costruzione mediatica che fa abilmente leva sulle idee che lo abitano, a sua 'baumaniana' insaputa, per adescarlo. Lo stesso vale per la Taverna (noi vediamo una zoticona furbastra e miracolata, lui una pasionaria ruspante e affidabile) come per tutta la corte grillina.

Renzi offre in cambio l'immagine di un boy-scout, un cattolico, un buon padre di famiglia e un marito devoto: tutto estraneo se non in conflitto con quelle idee (almeno in apparenza, l’aspetto che conta più di ogni altro). Per giunta è andato al governo con una manovra di palazzo e l'appoggio decisivo dei politicanti più retrivi, legati alla disastrosa stagione precedente. Indossare un chiodo e fare un'apparizione nella trasmissione della De Filippi non è un'idea sbagliata ma cozza plasticamente con tutto questo e finisce per essere controproducente.

Ecco perché penso che lo scollamento fra Renzi e i giovani sia più un problema di comunicazione, “estetico”, che di politiche economiche (che hanno comunque un peso). Basta leggere Bauman per capirlo. Di Battista non ne ha letto un rigo, ma la sua operazione mediatica (perno attorno a cui ruota l'appeal grillino sui giovani) è tutta costruita in base alle lezioni del geniale sociologo.

Perché Renzi comincia ad essere così attrattivo nella fascia d'età che va dai 35 anni in su? Perché chi ha compiuto 18 anni fra il 1990 e il 2002, più o meno, ed è guidato almeno da una delle stesse idee di quel giovane grillino inconsapevole (come quasi tutti i giovani di oggi) è stato fidelizzato dal centrosinistra in maniera irreversibile, soprattutto grazie a Prodi (e a Veltroni), la cui aria da curato di campagna certo confliggeva coi valori libertari, ma in quel caso la consapevolezza (il legame ancora vivo con le vecchie famiglie politiche) faceva premio sull'immagine.

Chi era un elettore attivo prima del 90 non va nemmeno preso in considerazione in quanto già ben collocato, pre-baumaniano. Questo elettorato che possiamo definire progressista nel senso più ampio del termine, “obamiano”, si riconosce perfettamente nel PD di Renzi e mai lo abbandonerà. I vertici del M5stelle lo hanno capito e hanno deciso di puntare sull'elettorato di destra. Ecco perché Di Battista ha dichiarato candidamente che ormai fra fascismo e antifascismo non c'è differenza (senza paura di essere inchiodato dalla sua campagna contro la riforma costituzionale e l'Italicum enfaticamente condotta in nome dei principi antifascisti, grazie alla peggiore classe giornalistica che l'Italia abbia mai avuto).

In questo modo Di Battista conquista gli UNDER 35 con un irresistibile profilo libertario e fricchettone e gli OVER 35 con un altrettanto irresistibile profilo di politico sovranista e protezionista, che omaggia Almirante ed è amico di Putin.

Un capolavoro politico che riesce a conciliare due categorie perfettamente opposte, grazie all'inconsapevolezza della prima e al cinismo della seconda, facendo tesoro della lezione di Bauman.

Non so con chi devo complimentarmi ma l'operazione è geniale. Unica pecca: è una pura costruzione mediatica senza alcun contenuto e alcuna idea per guidare il paese.

Letto 11232

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Fabio Greco

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Aggiornato al 25 feb 2017

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