Boxing D’Alema

Lago della bilancia

Letto 1712
Boxing D’Alema

“Boxing Helena” è un film degli anni Novanta, dalla critica ritenuto meno che mediocre. Il protagonista è un chirurgo ossessionato da una donna, appunto Helena. Per lei, lascia anche la moglie. Pur di possedere Helena, la rinchiude in casa e la priva prima delle gambe, quindi delle braccia. Ma, durante la lunga prigionia, le regala le rose rosse del giardino.

Walter Veltroni spiegava su l’Unità la profonda differenza tra chi vive il potere come mezzo e chi come fine. E che qui sta il confine tra la bella politica e la politica. Quella di Massimo D’Alema è una strategia e anche i suoi estimatori se ne sono ormai resi conto. Non può ritenersi una serie (estenuante) di falli di reazione. Non una coazione a ripetere. E’ un D’Alema surreale, ma autentico. Perfino Sergio Staino – non quindi un esponente del presunto Giglio magico -  ha accettato che il nuovo D’Alema è solo il vecchio. Che prende le mosse dalla mancata nomina prestigiosa, per tornare ai fasti del ruolo critico anti-Ulivo. Come fosse costretto a vivere la sua autobiografia. E mirando al bersaglio grosso, certo di poterselo permettere.

All’ultima direzione del PD non si presenta, ma non, come sostiene Saviano, per farsi notare di più (copyright Nanni Moretti). Ma perché è più comodo sparare a palle incatenate dal paginone del Corriere, dal web e dalla platea televisiva della domenica pomeriggio. Giocare in contropiede, con una sciocchezza detta oggi che serve a far dimenticare quella di ieri. Alla direzione del PD, soprattutto Piero Fassino e Roberto Giachetti hanno cercato di ristabilire il primato dei (molti) fatti su quello delle (moltissime) interviste-oracolo. I due vengono da campagne elettorali combattutissime, in cui tra gli avversari irriducibili si sono ritrovati lo stesso Massimo D’Alema. E sono rimasti nell’agone della politica vera. Anche nell’era della post-verità, è una questione di cultura (più che di linea) politica, che, tra l’altro, D’Alema fa finta di ignorare o di non ricordare. Anche quando punta il dito contro l’alleanza con Alfano.

Proprio Giachetti spiega che è molto più comodo e redditizio agitare lo spettro della scissione senza mai farla, piuttosto che uscire davvero. L’ultimo D’Alema, che inizia proprio col match contro Giachetti al festival dell’Unità, sembra però isolato, nonostante la variegata compagnia nello schieramento del NO. E nel faccia a faccia in diretta, il D’Alema dall’amabile oratoria, che surfava a distanza contro Renzi, va in difficoltà. La copertura è saltata. E deve adesso vedersela con il PSE, la Merkel, l’ambasciata USA, la CISL, i costituzionalisti di fama, l’ex-presidente Napolitano, quasi tutto il PD . Vuol rimanere in questo dibattito, che non e’ nelle sue corde. Perde smalto e arranca. Evoca i poteri forti, ultimo rifugio per il suo smarrimento. Inventa un clima intimidatorio a favore del SI’. Quello che sembrava il nuovo Paganini della coscienza critica, sbiadisce. Quel D’Alema a tratti tambureggiante, quasi un Ringo Starr della dichiarazione ad effetto, si spegne rapidamente. Spara alla cieca e becca Confindustria. Finisce col farsi dare dell’ipocrita perfino dal professor Pardi (e senza girotondo). E risponde solo facendo annunciare delle finte dimissioni a Cuperlo.

Non è chiaro se il suo sogno inconfessabile sia tornare ad essere l’ago della bilancia, ma delle acque chete (e torbide) dell’ingovernabilità. Un lago magari in (torbida) salsa proporzionale. Con il letargico placet del Caimano, pronto a quelle larghe intese che lo rimetterebbero al centro della scena. Ma perché si quietino le acque, D’Alema deve (e vuole) impallinare Renzi. Anzi asportarlo chirurgicamente dal partito. Nient’altro per il momento. Edulcorando l’esternazione con uno stucchevole invito a Renzi a rimanere in caso di sconfitta.

Muovendosi così, D’Alema somiglia sempre più a quello che era disposto a spendere cifre incredibili per andare con splendide escort. Ma tutte le volte, per eccitarsi, doveva concentrarsi su un’altra donna. E sceglieva Svetlana Stalin.

Letto 1712

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Ernesto Consolo

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Aggiornato al 25 feb 2017

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