La battaglia di una parte di Repubblica contro gli Homines novi di Renzi

Analizziamo il caso dei dati sul mercato del lavoro per smascherare i girotondini radical chic di Repubblica, ancora legati a Ezio Mauro e Massimo Giannini. Su quei dati Repubblica fa una operazione politica e non giornalistica. Non è giornalismo obiettivo. C’è una strategia politica. Legittima ma che andrebbe esplicitata in quanto tale

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La battaglia di una parte di Repubblica contro gli Homines novi di Renzi

Ogni volta che periodicamente vengono pubblicati i dati ufficiali, da parte di ISTAT, INPS o Ministero del Lavoro, sull’andamento del mercato del lavoro è un susseguirsi di articoli di giornale o dichiarazione di politici che, per partito preso, tendono a dimostrare che il jobs act è fallito e che il governo Renzi ha una politica fallimentare, salvo poi alla prossima rilevazione essere costretti a dire il contrario.

Puntualmente questa dinamica è scattata nei mesi di settembre ed ottobre in cui gli enti che ho prima elencato hanno pubblicato, in tempi diversi, analisi sullo stesso periodo temporale, gennaio/agosto 2016. (Ma perché non è possibile pubblicare nello stesso giorno i dati sul lavoro degli enti deputati a diffonderli, in modo da evitare di commentare a più riprese gli stessi dati sugli stessi periodi ma analizzati con metodologie diverse?)

In questi giorni tutti gli organi di stampa, ma in particolare Repubblica, commentando in maniera superficiale l’ultima rendicontazione INPS, sottolinea il calo nel 2016 degli assunti a tempo indeterminato (senza sottolineare che si tratta di un calo rispetto al 2015 ma un aumento in termini assoluti) e sbatte in prima pagina senza approfondirlo un leggero aumento dei licenziamenti per giusta causa addebitandoli tutti alla nuova normativa del jobs act (senza neanche prendersi la briga di sapere quanto di questo lieve aumento dei licenziamenti per giusta causa è avvenuto nelle aziende sotto i 15 dipendenti dove l’articolo 18 non è mai stato in vigore).

La Repubblica, o meglio una parte della sua redazione legata a Ezio Mauro ed a Massimo Giannini, è il capofila della macchina mediatica che tende a dimostrare il fallimento del jobs act, come di solito del resto fa con i suoi articoli sulla buona scuola dove sembra tutto un disastro oppure con i sondaggi (a mio avviso farlocchi) di Ilvo Diamanti.

Ed è evidente che tutto ciò fa parte di una battaglia politica che una parte del quotidiano di De Benedetti ha ingaggiato contro gli homines novi del PD.

Che l’economia nel corso del 2016 abbia avuto una frenata è naturalmente evidente a tutti così come a me pare evidente che nel 2016 la Brexit e la minaccia terroristica sono fattori che stanno frenando la propensione ad investire (e in Italia tutto questo si somma ad arretratezze storiche che il governo Renzi sta man mano tentando di eliminare ed è questo il motivo di alcuni differenziali con economie come la Germania che cresce più di noi).

Ed è evidente, come sottolineato anche da Barak Obama, che le politiche di austerità imposte negli ultimi 20 anni in Europa frenano ogni prospettiva di crescita più rigogliosa.

Riconosciuta questa frenata e non disegnando certamente un paese felice che ha superato i suoi problemi sarebbe il caso però di stare fermi ai numeri veri (tenendo conto anche delle diverse metodologie applicate da INPS e Istat che solo apparentemente sembrano dare cifre diverse).

Pietro Reichlin, in un suo articolo di settembre su l’Unità (la cui analisi rimane valida anche per le reazioni catastrofiste ai dati INPS pubblicati l’altro giorno) si domandava se veramente, sulla base di quei dati, poteva dirsi, come fanno molti, che il Jobs act è un fallimento. E si rispondeva dicendo che bastava scaricare dal sito i dati Istat per scoprire una realtà molto diversa.

“Se si prende come periodo di riferimento l’intervallo tra il secondo semestre del 2014 e quello del 2016 (due anni esatti di politiche economiche) il quadro che a Settembre l’Istat ci fornisce è il seguente:

      Gli occupati sono aumentati di 530.000 unità.

      Di questi 530.000 sono dipendenti a tempo indeterminato 378.000 (il 71,3% delle nuove assunzioni.

      Il tasso di attività, cioè il rapporto tra forza lavoro e popolazione in età lavorativa, è aumentato di 1,7 punti percentuali.

      Il tasso di disoccupazione è diminuito dal 13,2 del 2014 all’11,4 attuale.

      Il tasso di disoccupazione giovanile si è ridotto di 5,7 punti.

Reichlin poi contro una visione catastrofistica della economia italiana afferma che “il tasso di crescita del PIL degli ultimi 2 anni pur essendo cresciuto meno di quanto inizialmente previsto ha però accorciato la distanza dai paesi dell’area euro (una risposta a quelli che dicono che in Europa si cresce più di noi).

Negli ultimi 3-4 anni – dice sempre Pietro Reichlin - lo scarto rispetto al tasso di crescita medio dell’area è sceso a mezzo punto percentuale, la metà di quello registrato tra il 2002 e il 2012 e più o meno pari al decennio 1991-2001.

Cifre inequivocabili. Così come sono inequivocabili i dati diffusi dall’Istat il 30 settembre inerenti il fatto che il livello della occupazione stabile raggiungeva i 14 milioni e 920.000 lavoratori, un livello che ci fa tornare al lontano 2009.

Oppure i dati della Banca di Italia che pochi giorni fa nel suo bollettino economico dimostra che il numero dei lavoratori dipendenti è tornato ai livelli precedenti la crisi, ovvero al 2008.

Repubblica invece non ha dubbi.

Non fa lo sforzo di ragionare sui numeri.

Anzi compiendo una operazione spericolata sottolinea un aumento dei licenziamenti per giusta causa strizzando quindi l’occhio agli oppositori di sinistra che hanno sempre sostenuto una guerra contro il jobs act perché portatore appunto di licenziamenti.

Ma in una economia che sta cambiando pelle (e che vede di continuo un tourbillon di chiusure e di accensioni di contratti di lavoro) e che prova ad uscire da una crisi pesantissima, è solo una bieca operazione politica nascondere il fatto che nel 2016 i licenziamenti nel suo complesso sono diminuiti di 2000 unità passando da 306.000 a 304.000 rispetto al 2014, anno in cui non era stato ancora approvato il jobs act. 

Ed è una bieca operazione politica nascondere che, al netto di queste 304.000 chiusure di rapporti di lavoro, come dicevamo prima, gli occupati sono aumentati di 530.000 unità e che la cifra di quasi 15.000.000 di persone occupate stabilmente è la più alta dal 2009.

Ed anche il più limitato numero di licenziamenti per giusta causa è più o meno ai livelli del 2014 (pre jobs act) come precisa il Presidente dell’INPS Tito Boeri che aggiunge, in risposta alle polemiche, che “il contratto a tutele crescenti va nella direzione di migliorare le cose, ci sono entrate maggiori e più stabili dal mercato del Lavoro.

Ma puntualmente chi ha l’egemonia dentro il partito di Repubblica cavalca il pessimismo, prende solo una parte dei dati e ci costruisce sopra un frame falso tendente a dimostrare che Renzi non sta apportando nessuna modifica positiva alla nostra società

Ed è inutile rammentare loro tante leggi approvate che  nessuno prima d’ora aveva avuto la forza di approvare dalle Unioni civili alla ultima arrivata la legge contro il caporalato, dal fondo per il dopo di noi ai fondi di contrasto alla povertà, dalla introduzione degli ecoreati nel codice penale alla reintroduzione del falso in bilancio, dall’essere il governo che nella storia ha recuperato più risorse dalla evasione fiscale alla gratuità delle tasse universitari per i figli di lavoratori a bassissimo reddito. E ci sarebbe da scrivere una pagina intera.

Ma tutto ciò per i radical chic girotondini di Repubblica (Mario Calabresi se ci sei batti un colpo!!) non conta nulla. I dati ed i fatti ormai, nel sistema dei media, contano sempre meno e dopo oltre 100 anni, grazie alla viralità portata dai nuovi social, si invera quello che scrisse Nietzche per un numero limitato di suoi adepti e cioè che la realtà non esiste, conta soltanto la interpretazione della realtà.

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Enzo Puro

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Aggiornato al 25 feb 2017

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