La mia opinione su “Disinformazia” di Francesco Nicodemo

Provo a spiegare perché Disinformazia è un libro importante che ogni militante democratico dovrebbe tenere sempre accanto a se. La potente ipotesi di Nicodemo sul ruolo della narrazione nel battere la post verità. La complessità della realtà, la semplicità della comunicazione. Ragione ed emozione.

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La mia opinione su “Disinformazia” di Francesco Nicodemo

Ho finito di leggere Disinformazia, il lavoro di Francesco Nicodemo sulla comunicazione al tempo dei social media.

E mi preme dire anzitutto che è un libro utile che coltiva la riuscita ambizione di tenere insieme la capacità di essere da un lato un contributo teorico e dall’altro uno strumento militante che ogni attivista democratico dovrebbe leggere e metabolizzare.

Ho apprezzato il nesso che Francesco stabilisce tra la crescita esponenziale della post verità contemporanea ed il  post modernismo ed ho apprezzato la consapevolezza (non è da tutti) di come un pensiero che era sorto per rendere le persone autonome dalle gabbie sociali e culturali delle società autoritarie (e quelle disegnate del fordismo lo erano certamente) si sia poi trasformato (in un percorso che nel libro viene sapientemente descritto) in una visione del mondo in cui non contano i fatti ma solo la loro interpretazione che può essere però multipla e mai univoca.

Ed il libro ha il pregio di descrivere naturalmente il ruolo dei social nel far sfociare il post modernismo (visione appartenente, alla sua nascita, ad una elites) in post verità (che oggi pervade ogni ganglio della nostra esistenza).

Tra i tanti pregi del libro, ulteriore motivo per cui ne consiglio la lettura, è il fatto che esso contiene anche, a supporto delle tesi di Francesco, una vasta bibliografia contemporanea, frutto evidente di studi accurati, in cui ogni passo citato è una porta aperta su altri approfondimenti del tema.

Ma ciò che condivido e faccio mio è il ruolo centrale che viene dato alla narrazione (ed è a questo punto che qualche nostro amico di sinistra sinistra alla parola narrazione mette mano alla pistola).

La tesi di Nicodemo è semplice e potente: l’invasione delle post verità non si combatte reagendo colpo su colpo in una azione che rischia di essere inutile, si combatte invece con la tessitura paziente di “narrazioni” che svolgano il ruolo di ribaltare i frame che i fautori della “chiusura” ed i diffusori delle “paure” costruiscono giorno dopo giorno conficcandoli nel nostro cervello e creando nuove sinapsi neuronali (le scoperte su come funziona il cervello umano compiute negli ultimi 15 anni sono incredibili ed hanno compiuto un pazzesco salto di qualità rispetto alle scoperte dei secoli passati).

Le narrazioni devono essere in grado di contrastare tutto questo in una battaglia che un tempo si sarebbe detta per l’egemonia e che oggi preferisco chiamare per la conquista del cervello con la creazione di controframe che installino nuove sinapsi (dirò alla fine l’unico punto su cui divergo dalle teorie di Francesco, il punto che riguarda il rapporto tra ragione ed emozione).

Bellissimo poi ho trovato l’esordio del capitolo dedicato ai populismi in rete laddove richiama un antico mito e paragona coloro che erano trasformati in pietra guardando gli occhi della Medusa dopo che erano stati attirati inesorabilmente dai singoli serpenti che ne incorniciano il volto, li paragona, dicevo, all’uomo moderno che dapprima viene catturato dai singoli richiami populisti ed infine dal populismo stesso. “Molte sono infatti le corde” – scrive Francesco – che adeguatamente toccate trasmettono paura, generano timori, in una parola paralizzano, proprio come accadeva all’uomo che aveva la sventura di incrociare lo sguardo di Medusa”

Non mi dilungo oltre sulla parte teorica che vale la pena di essere letta piuttosto che commentata e mi soffermo, anche qui brevemente, sulla parte che ipotizza gli strumenti che una forza politica non populista deve saper usare. E’ il capitolo intitolato “vademecum per una nuova comunicazione politica” laddove vengono indicati i punti attraverso i quali passare da utente passivo a soggetto attivo del web, da user a influencer, quegli strumenti attraverso i quali costruire il Partito come rete delle reti dentro cui oltre alla figura del militante classico che fa il porta a porta si sviluppa la figura dell’organizzatore di comunità in rete.

Il pezzo sul Partito e sui Partiti è pieno di stimoli e di spunti ed ogni dirigente ad ogni livello dovrebbe avere l’umiltà di confrontarsi con queste riflessioni superando quella idiosincrasia che a sinistra si è sempre avuta verso la comunicazione vista come il regno della superficialità e della mancanza di approfondimento. Francesco affronta di petto questa refrattarietà e gli dà a mio avviso una conclusione teorica seria quando nel penultimo capitolo scrive che “la politica nasce in un certo senso proprio dalla complessità: bisogna ascoltare posizioni differenti, studiare le proposte in campo, confrontare tesi diverse, mostrare attenzione anche verso richieste talvolta apparentemente contraddittorie dei cittadini e, last but non least, compiere la sintesi migliore grazie ad un ragionamento generale. Potremmo asserire” – ecco il punto che voglio sottolineare – “che l’output politico deve essere semplice e comprensibile ma tutte le operazioni che lo precedono, tutti gli input ricevuti, richiedono fatica e pazienza, perché analizzano la complessità ed aborrono la superficialità”.

Ed anche qui Nicodemo ci regala una bella citazione ad hoc di William Butler Yeats che scrisse: “Pensa da uomo saggio ma comunica nel linguaggio del popolo”.

Trovo quindi molta consonanza con quanto da me scritto a suo tempo QUI (Comunicazione al centro della lotta politica contemporanea. La sinistra non lo ha capitodove spiegai che, piaccia o non piaccia, la Comunicazione si intreccia con il Potere e che senza Potere il mondo non può cambiare né in meglio né in peggio.

Ma veniamo all’unica questione su cui forse (dico forse perché il tema in Disinformazia è appena abbozzato) divergo dalle considerazioni di Nicodemo.

Francesco a mio avviso punta tutto, forse troppo, sulla ragione e sulla razionalità.

E rischia di svilire il ruolo che nell’apprendimento (e soprattutto nella creazione dei frame incistati nelle sinapsi neuronali) ha quella parte del cervello, l’amigdala, il cervello limbico, che è il centro da cui si irradiano le emozioni primordiali.

Se insieme al ruolo della ragione non si valorizza anche l’emozione sarà difficilissimo costruire narrazioni che possano battere le narrazioni avversarie. Fu l’errore che a lungo fecero i Democratici americani e che ha evitato di fare invece Barak Obama (e credo che la Clinton sia ricaduta nell’errore).

Condivido che una politica tutta basata sul ruolo delle emozioni rischia di essere una politica pericolosa ma da qui bisogna passare. E tra la profondità del pensiero che indaga la complessità e la comunicazione con il linguaggio del popolo io ci metterei lo studio delle parole giuste della narrazione dove per parole giuste non intendo l’elenco razionale dei programmi o delle cose fatte ma le parole che sappiano colpire l’amigdala e scatenare emozioni forti.

E questo perché tra la ragione e l’emozione vince sempre quest’ultima. Sempre.

Letto 1668

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Enzo Puro

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Aggiornato al 25 feb 2017

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